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A Brera ho incontrato la bellezza

La Pinacoteca di Brera costituisce uno scrigno formidabile di capolavori, e le sue sale espositive permettono di apprezzare un meraviglioso spaccato della storia dell’arte italiana e un ricco palinsesto di autori lombardi.

Tra le tante opere di firme di primo piano presenti, Gentile da Fabriano, Mantegna, Raffaello ( che proverò a raccontarvi più in la), sicuramente il capolavoro che più mi ha colpito è la cosidetta “Pala di Brera” di Piero della Francesca.

L’opera fu voluta dal duca di Urbino, Federico da Montefeltro, probabilmente in occasione della nascita del figlio Guidobaldo, avuto da Battista Sforza.

Gli sposi verranno resi immortali nel celebre doppio ritratto, altro capolavoro di Piero custodito agli Uffizi.

Tornando alla Pala di Brera, l’opera fu destinata alla chiesa di San Bernardino di Urbino e molti ritengono fosse di dimensioni maggiori, dato che avrebbe esaltato ancora di più il gioco prospettico già presente nel capolavoro così come ci è pervenuto.

Piero imposta, nel 1472, la sua opera come una sacra conversazione ponendo i protagonisti con alle spalle un’abside ed ai lati delle sembra di intravedere il transetto.

Su di un trono è posta la Vergine (il cui volto è via di fuga dell’opera) con Bambino (di gusto fiammingo quel tappeto posto in basso) e attorno a Maria tutta una serie di figure nelle quali si riconoscono da sinistra Giovanni Battista, San Bernardino, San Girolamo (con vesti da eremita ed il sasso del penitente), quattro figure angeliche con vesti rinascimentali, San Francesco d’Assisi che mostra le stimmate, San Pietro Martire con la ferita sul capo e l’ultimo a destra San Giovanni Evangelista.

In primo piano un uomo inginocchiato in armatura con mani giunte, la protezione delle mani e l’elmo sono stati riposti sul pavimento e questo permette di scorgere il profilo inconfondibile del committente, Federico da Montefeltro.

Il duca, deve le sue fortune alle straordinarie capacità militari che riusciva a coniugare con doti da umanista e queste caratteristiche vennero rappresentate in un’altra opera urbinate che ritrae Federico con il figlio Guidobaldo nello studiolo.

L’opera di Pedro Berruguete, in un trionfo di simboli di potere, rende plasticamente queste caratteristiche.

Ma per completare, solo per il momento, il nostro viaggio a Brera ci lasciamo rapire dalla parte superiore della “Pala” di Piero dove sono le architetture a farla da padrone. Al di sopra di marmi policromi si apre una volta a botte con lacunari e subito sotto una conchiglia, dove appare straordinario il gioco di luce sullo sfondo che sembra quasi rendere fotografica la spazialità intorno a questo uovo di struzzo pendente (vari i significati di quest’ultimo, dalla rinascita alla redenzione al rimando della maternità di Battista Sforza).

Un’opera che si apre agli occhi del visitatore che viene rapito in questo spazio nel quale sembra quasi di percepire il vento in quella profondità alle spalle dei protagonisti.

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La Cattedrale di Palermo

La visita alla Cattedrale di Palermo è un viaggio non solo nella lunga vita della città, ma anche una centrifuga di storia dell’ arte che trova una sintesi parecchio particolare in un unico monumento.

I Palermitani già nel IV secolo decisero di edificare un luogo sacro nell’area dove aveva predicato il santo vescovo Mamiliano e dove molti cristiani patirono il martirio. Successivamente, durante le incursioni dei Vandali questo luogo venne completamente distrutto.

Nel 604 si decise di edificare un luogo sacro che verrà dedicato alla Vergine Maria, ma due secoli dopo i musulmani che si impadronirono dell’Isola trasformarono la chiesa in moschea.

Ancora oggi alcuni segni di questa fase ci testimoniano questo passaggio, come il Muqarnas e la pagina di Corano incisa sulla prima colonna a sinistra del portico d’ingresso laterale.

Si dovrà attendere l’arrivo dei Normanni per assistere al ritorno alla cristianità dell’Isola, anche se questo comportò un distacco delle sorti di questo territorio dall’influenza di Costantinopoli, ed un passaggio al controllo del Vescovo di Roma di cui “gli uomini del nord” erano feudatari.

Nel XII sec. il vescovo Gualtiero Offamilio dispone la costruzione di una nuova Cattedrale che verrà consacrata nel 1185 e dedicata alla Vergine Assunta.

Da qui in poi si avvieranno continue fasi edilizie che faranno assumere alla Cattedrale l’aspetto attuale.

Nel ‘300 verranno completate le quattro torri laterali con gusto gotico catalano. Nel cuore del ‘400 invece si realizzerà il meraviglioso portico meridionale.

Ma l’impegno di monumentalizzare questo sontuoso edificio non si arresterà qui. Tra ‘500 e ‘600 saranno imponenti i lavori di abbellimento degli interni della Cattedrale che vedranno tra i protagonisti la bottega della famiglia Gagini.

Nel ‘700 la piazza venne recintata dalla splendida balaustra ornata di sculture ed al centro di questo affascinante spazio venne collocata la statua di Santa Rosalia.

E’ all’inizi dell’800 però che la Cattedrale dei Palermitani acquisì il profilo definitivo, quando si decise, in modo abbastanza bizzarro, di dare una sferzata neoclassica all’intero edificio.

Vennero allargate le navate laterali sulle quali si inserirono piccole cupole, venne avviata una risitemazione degli interni che presero i colori neutri definitivi e soprattutto si decise l’edificazione della cupola che, diciamocelo francamente, stride un po’ con tutto il resto.

Infine, quasi come contrappeso alla cupola, nella metà dell’800 venne edificata la torre campanaria (sulla quale nel 1954 venne collocata la Madonna della Conco d’Oro) con un gusto neogotico per meglio coordinarsi con le guglie delle torri angolari.

Oggi la Cattedrale fa parte del circuito “Palermo arabo-normanna e le Cattedrali di Cefalù e Monreale”, riconosciuti come patrimonio Unesco dell’Umanità.

Per chi si reca a Palermo la visita è obbligatoria. L’accesso ha un’area libera ma è fondamentale, per meglio capire il luogo, la visita anche delle restanti parti come le cripte, le tombe dove riposano i Re Normanni ma anche Federico II, lo Stupor Mundi.

La visita non si conclude qui, interessantissimo è il piccolo museo dei tesori dove viene anche custodita la corona di Costanza, la consorte di Federico II.

Infine è semplice lasciarsi rapire dai panorami che dal tetto della Cattedrale si allargano su tutta Palermo.

Il costo del biglietto è variabile, ma con 10 euro si può acquistare il ticket con accesso completo ai vari siti.

Consiglio inoltre la visita notturna nella quale dei ragazzi preparatissimi sapranno accompagnarvi introducendovi nell’anima del luogo

Nella Cattedrale infine, trova degna sepoltura, il corpo di un martire moderno, il beato Pino Puglisi, caduto in un vigliacco agguato mafioso. Il suo sorriso e le sue idee però, accompagnano ancora oggi le riflessioni di molti Palermitani e non solo. La Cattedrale di Palermo è un monumento vivo, palpitante, che muta nel tempo, ma che racconta la storia di questo popolo incredibile.

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La Zisa e quell’incontro di culture

La Zisa è un edifico dalle forme apparentemente semplici solo lievemente rivitalizzate dalle imponenti aperture frontali e dalle piccole torri laterali sui lati corti dell’edificio.

La sua storia ci narra dell’incontro di due civiltà totalmente diverse, quella araba e quella normanna, che in Sicilia trovarono una strana forma di convivenza.

I normanni gettarono un occhio astuto sulle ricche terre del sud Italia nell’XI sec. quando da mercenari offrirono i propri servigi ai potentati locali.

Successivamente vedranno leggittimate le loro razzie da titoli nobiliari concessi dal romano pontefice. La presa della Sicilia musulmana però, fu impresa un po’ più complessa e si potè dire completata solo nel 1091 con la conquista di Palermo.

I normanni, astutamente, capirono però che conveniva coesistere con la popolazione musulmana nell’isola. Pensate che le prima emissioni monetali normanne riportano addirittura versetti del corano e professioni di fede.

Sono poi tanti i monumenti che ci parlano di impiego di maestranze musulmane all’interno di edifici pubblici fondamentali per l’epoca, come chiese, residenze e castelli.

E’ curioso vedere come questa integrazione piano piano cresca insieme alle dimensioni degli edifici. Da una prima fase quasi “protonormanna” presente nella Sicilia orientale con le chiese di Mili San Pietro, Itala e Casalvecchio Siculo fino ad arrivare ai trionfi delle architetture di Cefalù, Monreale e quelle di Palermo.

La Zisa, che in arabo significa la splendente, fa parte di un circuito di monumenti inseriti nel 2015 nel patrimonio dell’umanità Unesco comprendente anche, Palazzo Reale e Cappella Palatina, Chiesa di San Giovanni degli Eremiti, Chiesa di Santa Maria dell’Ammiraglio, Chiesa di San Cataldo, Cattedrale metropolitana, Ponte dell’Ammiraglio, più le Cattedrali di Monreale e di Cefalù.

La Zisa, fu voluta da Guglielmo I detto “il malo” nel 1165 e completata dal figlio, Guglielmo II “il buono” nel 1190. Fu pensata come una residenza immersa in un giardino delle delizie poco al di la delle mura della città in una posizione che noi abbiamo la possibilità solo di immaginare.

La Zisa era uno splendido edificio immerso nel verde dal quale era possibile guardare il mare, visuale oggi occlusa dalle costruzioni prospicenti che ci lasciano solo immaginare il fascino dei giochi d’acqua delle fontane durante i tramonti estivi nella Conca d’oro.

Il palazzo, oggi ampiamente ristrutturato, ospita una piccola collezione di arte araba e sa veramente stupire con i suoi ambienti dove nel soffitto trionfano i decori a muqarnas ed è possibile individuare ingegnosi sistemi di canalizzazione dell’aria.

Due gli ambienti che rapiscono con il loro fascino. Al secondo piano un immenso salone, un tempo scoperto, nel quale insisteva un impluvium poi modificato e chiuso nel XVII sec e soprattutto al piano terreno la sala di rappresentanza o sala della fontana.

Qui, all’ombra di una monumentale apertura ogivata sembra ancora di sentire lo sciabordio dell’acqua sui marmi che con gli schizzi rendeva ancora più vividi i numerosissimi mosaici presenti.

La splendente, è un palazzo che ci fa riflettere sui trionfi possibili quando le culture dialogano.

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Tindari ed i suoi tesori nascosti

Spesso parlando di Tindari si limita la conversazione all’importantissimo santuario mariano, ma la storia di questo luogo, e le tracce dell’antica città, sanno stupire forse più del meraviglioso affaccio sul tirreno dal quale è possibile godere di un curioso ricciolo di sabbia che si protende verso il mare.

Le tracce di Tyndaris iniziano ad incuriosire il visitatore già dall’arrivo al borgo dove, un po’ sparse sulla statale, è possibile scorgere i resti delle mura dell’antica città.

L’ingresso al parco archeologico vero e proprio lo si incontra procedendo poco oltre la piazza belvedere prospicente al santuario. In biglietteria è possibile acquistare anche un ticket unico con il quale visitare il parco archeologico e la poco distante villa romana di Patti (piccola nota: se avete bisogno di guide cartacee o di altro oggetto che facilita la visita provvedete prima, perchè al momento il sito non dispone di un bookshop).

L’antica Tyndaris venne fondata dal tiranno siracusano Dionisio I all’inizio del IV sec. a. C. con l’obiettivo di insediarci alcuni suoi mercenari Messeni e garantirsi così il controllo su un territorio molto vasto compreso nell’attuale golfo di Patti.

La città costruita in altura su un pianoro leggermente declinate verso il mare prende il nome da Tindaro, re di Sparta, e padre naturale e putativo dei due Dioscuri (a Polluce viene sempre attribuita la paternità di Zeus mentre Castore in alcune versioni viene considerato figlio naturale del re di Sparta e di Leda) ed ebbe una importantissima continuità di utilizzo anche con l’arrivo dei romani sull’isola.

Tyndaris da base dei Cartaginesi si consegnò alla repubblica romana volontariamente e questo le permise di divenire Civitas Decumana conservando una certa autonomia.

Nella fase ultima della repubblica Tindari, come del resto l’intera Sicilia, era in mano di Sesto Pompeo, che la utilizzò come sua base per le operazioni che lo vedevano contrapposto alle forze di Ottaviano che si avviava a divenire Augusto.

La visita al parco archeologico oggi è anticipata dall’ingresso al piccolo antiquarium nel quale, oltre ad altri interessantissimi reperti ( per me, reggino, è stato emozionante trovare una monenta di Reggio del III sec. a.C) viene conservata proprio una testa monumentale di Augusto. Proprio quest’ultimo nella riorganizzazione dei territori caduti sotto al suo controllo ribattezzo la città come Colonia Augusta Tyndaritanorum.

Oggi il sito premette di leggere l’antica città con i suoi assi viari perfettamente allineati con un decumano centrale e perpendicolarmente i cardi a formare degli isolati perfettamente ad angolo retto.

Incrocio tra il decumano principale ed un cardo che scende verso la parte bassa della città

L’intera area archeologica non è stata tutta attenzionata da scavi ma quelli realizzati hanno permesso di mettere in luce, oltre agli assi viari di cui si diceva, anche importanti edifici pubblici come il basamento di un’area sacra prospicente al decumano principale, la basilica nelle vicinanze di uno degli ingressi della città ed il panoramicissimo teatro.

Degno di nota è l‘insula quattro (un intero isolato restituito alla luce del sole ed agli occhi dei moderni) che su tre terrazzamenti si sviluppa dal decumano principale verso la basilica con botteghe, magazzini, due domus e le terme pubbliche.

Molto suggestivi i mosaici presenti nell’edificio termale che già stupiscono nei due apodyterium (spogliatori) presentando una Triskeles ed in quello di desta un toro e due Pilei con astri, tipici simboli dei Dioscuri, per poi continuare con scene di lotta, Bacco e ambientazioni marine.

Altri suggestivi mosaici, questa volta a figure geometriche, sono presenti in una domus che si affaccia sul decumano principale all’altezza dell’area sacra in prossimità di un altro ingresso in città monumentalizzato con propileo.

Di questa antica città manca al momento l’individuazione di una estesa presenza di edifici templari e non sono pochi gli studiosi che ipotizzano che la verà agorà della città si trovasse nell’altura che oggi ospita il santuario mariano. Ancora una volta il moderno raccoglie a piene mani in tema di divinità dall’antico.

Che dire? Non vi resta che andare a godervi questo importante centro siciliano e se vi posso dare un consiglio vi suggerirei alla fine della visita del parco di gustare una granita ai gelsi rossi… Io l’ho fatto e dopo per magia ho iniziato a parlare siciliano.

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Caravaggio e la Cappella Contarelli

Le opere custodite a Roma presso la cappella Contarelli in San Luigi dei Francesi realizzate per Matteo Contarelli costituiscono per il Caravaggio la prima grande commissione pubblica.

Il Merisi fino a quel momento si era sempre cimentato in opere di dimensioni più modeste, qui invece le sue tele superano quasi tutte i tre metri. Peraltro nel breve volgere di qualche mese ottenne anche la commissione di realizzare le opere laterali della cappella Cerasi per il potente tesoriere papale.

Cappella Contarelli

E’ il 1599 quando Michelangelo Merisi ottiene l’incarico, grazie all’ intermediazione del cardinal Del Monte, di completare la cappella gentilizia di Matteo Contarelli che vede nella parte superiore alcune opere realizzate dal Cavalier d’Arpino (Giuseppe Cesari), un artista molto conosciuto che ospitò presso la sua bottega per otto mesi il giovane Caravaggio appena giunto a Roma.

La cappella, che narra storie di San Matteo, presenta sulle pareti la  Vocazione a sx ed il martirio del Santo a dx mentre sulla parete di fondo troviamo la conversazione di San Matteo con l’ angelo nell’atto dello scrivere il vangelo.

“La vocazione”, ambientata in un luogo popolare quale potrebbe essere un’osteria  viene giocata tutta sul contrasto di luci. Da destra Cristo e San Pietro (inserito successivamente dal Caravaggio) entrano nella scena ed una luce che deriva da una fonte a noi non leggibile sfiora la mano del Cristo e illumina i volti delle figure sedute attorno al tavolo. Il Santo risponde con un gesto della mano che rende vivo il dialogo mentre alcune figure si disinteressano degli accadimenti e rimangono intenti al conto delle monete (alcuni ritengono di individuare San Matteo nel giovane che a sx continua a contare le monete sul tavolo).

“Il martirio del Santo”, modificato più volte dal Caravaggio durante la realizzazione come dimostrano recenti indagini, esprime nel linguaggio reale e crudo tipico del Merisi il momento antecedente all’uccisione del Santo.

Matteo è riverso sul pavimento mentre l’aguzzino lo afferra dalla mano pronto a infliggere i colpi fatali. Le figure attorno partecipano con espressioni del volto accese, talvolta palesando paura e terrore.

Le figure popolane, alcune ritratte con il cappello con piume in testa come più volte accade nelle opere caravaggesche, sbucano dal buio della scena. In questo caso Caravaggio si autoritrae e dell’artista è solo individuabile il viso corrucciato in fondo a questa folla. Infine dall’alto sporgendosi dalla nuvola un angelo offre la palma del martirio al Santo.

Nella tela di fondo si conserva l’opera più controvresa della cappella, il “San Matteo con l’Angelo” che il Caravaggio dovette realizzare nuovamente dopo un primo rifiuto dell’opera originaria, probabilmente perchè quest’ultima presentava dei tratti irrispettori e poco degni di essere esposti in pubblico.

San Matteo nella prima versione viene rappresentato come un popolano analfabeta che scrive il suo vangelo solo grazie alla guida della mano dell’angelo. L’opera dopo essere stata rifiutata venne acquistata dal marchese Giustiniani ed andò distrutta in Germania durante la seconda guerra mondiale.

Prima versione San Matteo e l'angelo

La seconda versione invece è impostata su un dialogo di sguardi tra il Santo e l’angelo che sembrano quasi sbucare sulla scena. Anche qui l’attenzione per il dato reale, che il Caravaggio acquisisce nella sua formazione lombarda viene esaltato, basti notare l’inconsueta postura del Santo.

La cappella Contarelli è un luogo incredibile, in pochi metri si racchiude un’esplosione della lettura del vero e del reale del Caravaggio. Senza cadere nel feticismo Caravaggesco che in età moderna colpisce molto spesso (pensate che ironia visto che dopo venti anni dalla morte del Merisi quet’ultimo viene dimenticato fino alla riscoperta del Longhi nel 900) vi consiglio di aprire bene gli occhi anche nel resto della chiesa di San Luigi.

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Gregorio e Mattia Preti, due calabresi nella Roma del ‘600

Fa sempre piacere trovare dei corregionali quando si è in viaggio e questa volta ho incrociato sul mio cammino due illustri calabresi che nel seicento riuscirono a far fortune (seppur con modalità diverse) a Roma.

L’Urbe in quel periodo è ancora sconvolta dall’incredibile espressione realistica delle opere del Caravaggio, anche se non dobbiamo cadere nell’errore di ritenere questa l’unica risposta alla “maniera moderna” (lo stile degli artisiti del fine ‘500) presente in città in questa prima parte del secolo. Pensiamo ad esempio alle fortune di Annibale Carracci e della sua bottega. Con ques’ultimo nella cappella Cerasi della chiesa di Santa Maria del Popolo il confronto con il Caravaggio si fa stridente.

Cappella Cerasi
Nella parete di fondo l’Assunta del Carracci e nelle pareti laterali la Conversione di San Paolo e la Crocifissione di San Pietro del Caravaggio

Ma veniamo ai nostri due fratelli calabresi, Gregorio (1603-1672) e Mattia Preti (1613-1699) che sono protagonosti di una mostra presso il prestigioso Palazzo Barberini con una collezione di opere, molte delle quali dipinte a quattro mani, che rimarrà fruibile fino al 16 giugno 2019.

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La mostra dal titolo “Il trionfo dei sensi, nuova luce su Mattia e Gregorio Preti” permette al visitatore di comprendere le vicende di questi due fratelli giunti nella Città Eterna dalla natia Taverna intorno alla metà degli anni 20 del ‘600.

A dare il la alla mostra è proprio l’opera “Allegoria dei cinque sensi” recentemente restaurata, dove i due fratelli ambientano in un’ osteria delle allegorie dei sensi. Si va dai musici per l’udito, al fumatore di pipa per l’olfatto per procedere poi all’oste per il gusto ed alla scenetta della “buona ventura” (la lettura della mano) per il tatto.

Infine l’autoritratto di Gregorio (quel volto in basso che guarda lo spettatore) celebra la vista.

Allegoria dei sensi

Nella stessa sala può essere peraltro apprezzata un’opera mai esposta al pubblico “Cristo e la Cananea” oltre al “Pilato si lava le mani” nel quale la scena viene ripartita tra la raffigurazione di Pilato ed il Cristo verso il Calvario.

Gregorio, fratello maggiore, fu per Mattia una sorta di tutore e abile individuatore di committenze, ma tra i due fu Mattia il più talentuoso e ben presto divenne destinatario anche di importanti commissioni pubbliche.

Nel 1642 Mattia venne nominato dal pontefice Urbano VIII (Maffeo Barberini cioè colui che dispose l’edificazione del palazzo che oggi ospita la mostra) cavaliere di Malta e da qui il nome con il quale anche oggi viene identificato “Il cavalier Calabrese”.

Infine i due fratelli si separarono, ed è molto curioso osservare le opere che i due realizzarono in modo indipendente nelle quali traspare ancora oggi la diversità di questi due artisti.

I due poi torneranno a lavorare insieme per l’ultima volta per la realizzazione i dipinti della controfacciata di San Carlo ai Catinari.

Per me è stata una doppia emozione attraversare questi saloni incredibili, risalire lo scalone quadrato del Bernini e potere apprezzare le tantissime opere custodite a Palazzo Barberini. E’ stata un’ emozione ancor più particolare poi leggere quelle opere dipinte, spesso a quatto mani, da due fratelli gunti dalla Calabria nel cuore di Roma per conquistarsi un posto nel panorama artistico del tempo.

Palazzo Barberini

 

 

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Che meraviglia la Chiesa del Gesù a Roma

Passeggiando nel centro di Roma spesso in modo distratto o rapiti dalle monumentali evidenze archeologiche di epoca imperiale si rischia di tralasciare una seconda anima della città eterna, quella seicentesca racchiusa spesso in scrigni a pochi passi dalla Via dei Fori Imperiali.btf

E’ il caso ad esempio della Chiesa del Gesù (Chiesa del Santissimo Nome di Gesù all’Argentina, questo il nome completo), la chiesa madre dell’ Ordine dei Gesuiti che vedono la loro fonazione nel 1534.

Il progetto per la realizzazione della chiesa va quasi di pari passo con la vita dell’ordine che in un primo momento si caratterizza per un fervente zelo missionario in contrasto con la dottrina protestante. Un tratto che lasciò poi spazio nel ‘600 a nuove metodologie di comunicazione con i fedeli.

Ma facciamo partire la nostra storia dall’inizio. L’originario progetto della chiesa si deve al fondatore dell’ordine Sant’Ignazio (il cui monumento sepolcrale si trova presso la chiesa) che commissionò un primo progetto nel 1551 a Nanni di Baccio Biggio che successivamente venne rielaborato da Michelangelo nel 1554.

La definitiva stesura del progetto però la si deve a  Jacopo Barozzi detto “Il Vignola” ed è datata 1561 anche se la facciata non convinse la committenza tanto che venne incaricato Giacomo della Porta per la realizzazione di una soluzione diversa ed alternativa.

La facciata del Vignola

I lavori proseguirono dal 1568 al 1575 e regalarono all’umanità un luogo di culto che divenne successivamente uno scrigno d’arte dalla bellezza sconvolgente.

Come già anticipato l’ordine comprese le potenzialità comunicative e coinvolgenti del clima culturale del ‘600 ed affidò ad un artista della cerchia del Bernini, Giovanni Battista Gaulli detto il Baciccia (o Baciccio), gli affreschi della volta, della cupola e del catino dell’abside.

 

Il risultato dei lavori che si protrassero tra il 1672 ed il 1683 fu sconvolgente. Il concetto di fusione delle arti berniniano viene esaltatato nella volta dove le figure sembrano sfondare il tetto per accedere definitivamente verso il cielo in una sublime rappresentazione dell’ “Esaltazione del nome di Gesù” che rapisce lo sguardo del visitatore come centro focale di irradiazione di luce.

Coinvolgimento emozionale e stupore, un vero estratto di essenza barocca.

Un percorso che porta ad esponenziali consequenze quello che un abilissimo maestro come il Mantegna iniziò poco più di un secolo prima a Mantova nell’ Oculo prospettico della c.d. Camera degli Sposi.

Oculo prospettico del Mantegna (ph Wikipedia)

Ma questo può essere solo un piccolo biglietto da visita per questo colosso della storia dell’arte. il vero fascino lo potrete godere solo attraversando a testa in su quella navata dirigendovi verso il catino ambsidale dove poco prima, i vostri occhi, verranno rapiti verso l’alto dal meraviglioso affresco della cupola.

 

Infine qualche consiglio pratico. Se i vosti occhi vogliono continuare ad esaltarsi vi proporrei un’altra chiesa gesuita, quella dedicata a Sant’Ignazio dove le meraviglie prospettiche e le fughe verso il cielo sapranno sconvolgervi nuovamente.

Qui il link della Chiesa del Gesù, dove consultare tutte le info inerenti la visita e le attività religiose che in questo luogo unico si svolgono: https://www.chiesadelgesu.org/