Le mie interviste

Ettù Parànu – Dove suonano ancora le vallate

Era il 2019 quando Davide Carbone e Freedom Pentimalli lanciavano il loro primo lavoro comune dal titolo “Kalavria la terra dei greci di Calabria”.

Un racconto della nostra terra con una prospettiva diversa rispetto a quelle ormai ingiallite alle quali abbiamo fatto l’abitudine.

La linea, ad un anno di distanza, viene confermata nella seconda opera dal titolo “Ettù parànu – Dove suonano ancora le vallate”.

La loro è una visione di giovani che provano a raccontare la propria terra, coinvolgendo certamente i depositari delle antiche orme, ma con una narrazione che non si ferma a questo. Nel loro esplorare, la videocamera, racconta fatti che con naturalezza si coniugano al futuro.

Ma conosciamo meglio i due ideatori di questi lavori che ci hanno condotto in questi due anni a riscoprire un elemento, quello antropico, che nella narrazione della Bovesia non può che avere un ruolo preminente.

Due storie diverse le vostre ma un forte sentimento di appartenenza a questa terra che vivete a distanze variabili.

Davide: L’amore per la Calabria mi è stato trasmesso dai miei genitori in primis, ma anche dai parenti e dagli amici con cui, nonostante la grande distanza, in un’epoca in cui ancora non esistevano smartphone e social ho creato legami molto forti, tra cui Freedom. Insieme abbiamo voluto unire la nostra passione per la Calabria, la mia per il cinema e la sua per la scrittura, provando a creare qualcosa di buono e utile per la nostra terra. Dico nostra terra perché, anche se nato e cresciuto a Monza, sono e mi sento più calabrese di molti calabresi che in Calabria ci vivono.

Quando ogni estate scendo nel mio paesino, purtroppo mi ritrovo a constatare come un pezzo di esso sia svanito, magari nel volto o nei ricordi di un anziano che non c’è più o in case abbattute o in sprazzi di verde divenuti cenere. La Calabria che conoscevo stava svanendo, come gran parte di quella Calabria del passato per cui nutro molta nostalgia. Quindi, avendo oggi un pezzo di Calabria che sta sparendo come la cultura greco calabra, abbiamo voluto documentarne una parte.

Freedom: Si possono mettere radici ovunque, dipende dalla propria capacità di adattarsi e leggere un luogo. Se si ha però fortuna di conoscere il luogo dove generazioni e generazioni dei propri antenati hanno portato avanti la propria esistenza lasciando tracce tutt’oggi visibili, quel luogo diventa particolarmente fertile per coltivare le radici della memoria e degli affetti. Al punto da non sapere se è quel luogo ad appartenerti o se sei tu ad appartenere a lui.

Nel dubbio mi spendo per riscattarlo e, grazie alle competenze e all’arte di Davide, questo tentativo di valorizzazione può raggiungere l’attenzione di molte persone.

Qual è stato il percorso che vi ha spinti a realizzare questo secondo lavoro nel quale ancora una volta emerge un racconto attraverso gli occhi dei giovani della Bovesia?

Risposta congiunta: Nel nostro primo documentario Kalavrìa – La terra dei greci di Calabria abbiamo volutamente escluso il tema musicale in quanto pensavamo che fosse un argomento talmente ampio ed importante da meritare un lavoro a parte.

Dopo oltre un anno passato a portare in giro per l’Italia e all’estero Kalavrìa, con l’opportunità di attingere a fondi regionali, abbiamo accelerato l’ideazione e la produzione di Ettù Parànu – Dove suonano ancora le vallate lavoro non poco travagliato, ma ricco di soddisfazioni.

Quali i progetti, comuni ed individuali, coniugati al futuro?

D: Per quanto mi riguarda, essendo sempre presente l’amore per la Calabria e per il cinema, voglio continuare a mostrare alle persone l’enorme ricchezza della Calabria, dai volti della gente alle loro storie e ai loro ricordi, dai paesaggi da cartolina ai passaggi più segreti, valorizzando il patrimonio storico e culturale.

Abbiamo diverse idee per la mente che vogliamo realizzare, uscendo anche dal filone della cultura grecanica. Non nascondo che la mia ambizione è riuscire a dirigere dei film: è il mio vero sogno nel cassetto. Sono convinto che questi progetti possano essere comuni ad entrambi, vista anche la mia idea di cinema, ossia, girare film in Calabria che per tema principale non abbiano quello della ‘ndrangheta e della criminalità.

F:Prendermi cura di quelle radici greche fino a farle diventare un ponte con la Grecia contemporanea: l’attivismo nel campo della rivitalizzazione linguistica sarà un capitolo centrale dei prossimi anni. Ad esso si uniscono diversi progetti, sia quelli con Davide che riguardano la scrittura e il cinema, magari un romanzo (prima o poi), sia la promozione di attività nel cosiddetto “turismo lento”, un’altra via per valorizzare le bellezze che questa terra di Calabria offre.

Viaggio in Calabria

Le cascate Mundu e Galasìa

Per la prima volta ho messo piede sul monte Trepitò.

I miei occhi sono stati invasi da panorami totalmente diversi rispetto a quelli ai quali sono più abituato, quelli delle valli aperte delle fiumare dell’Aspromonte orientale.

Qui, in questi boschi, compi un viaggio in una natura primordiale, rigogliosa e fiera, che riesce a carpire al viandante sentimenti di stupore e meraviglia.

Il sentiero 220 inizia in un tornante dell’ ex SS111 oggi SP1 che da Molochio porta a Trepitò. L’inizio del sentiero è ben segnalato e già da quel punto panoramico è possibile ammirare una delle cascate meta di questo itinerario.

L’immersione in questo bosco è totale praticamente da subito, la faggeta assume in certi tratti linee sinuose e le liane in alcuni punti trasportano la mente ad altre latitudini.

Raggiunto un ponticello, la scelta diventa quale cascata vedere per prima? Io consiglio la Galasìa, dato che il percorso è più lungo e la risalita dalla base della cascata può essere leggermente più difficoltosa.

Questo pezzo di sentiero improvvisamente raggiunge un tratto esposto e quasi per magia la visuale, non più limitata dal bosco, spazia tra pendii lussureggianti fino alla costa.

L’incontro con la Galasìa piccola (il bivio è facilmente individuabile sia per la segnaletica che per una sorgente) e poi con la Galasia, in tutta la sua magnificenza è un’esperienza che permette una migliore lettura della montagna reggina. Spesso, questa, è stata descritta come una montagna secca ed aspra ma che invece presenta delle arterie cariche di vita.

Risalendo il versate si incocia nuovamente il bivio con il ponticello dopo un’oretta di cammino. Da qui è possibile seguire un breve sentiero che costeggia tutto il salto di 40 mt della cascata Mundu.

La visuale è arricchita anche dalla presenza di una rara specie di felce, la woodwardia radicans, un vero e proprio fossile vivente giunto fino a noi dal remoto periodo Terziario.

L’intero percorso è realizzabile in 3 ore con tutta calma, ma quel che resta di questo viaggio, accompagnerà il viandante per il resto della propria vita.

Tornerò presto sul Trepitò, per riassaporare quella diversità stridente di panorami, rispetto all’Area Grecanica reggina, che mi ha regalato ancora una volta una chiave di lettura unica, per comprendere questo microcosmo chiamato Aspromonte.

Le mie interviste

Roberto Rugiano ci parla dei “Falconieri dei setteventi”

Nel racconto catastrofistico della nostra terra, come spesso ci diciamo, emerge con ricorrenza costante il rumore dell’albero che cade e mai quello della foresta che cresce.

Vi voglio raccontare l’esperienza di Roberto Rugiano a Civita nel cosentino, la sua passione, il suo progetto e la sua voglia di “restanza”.

Un’ultima precisazione, l’intervista è stata fatta prima che iniziasse questa situazione surreale legata al coronavirus, per questo, mi piace ripartire da qui, con chi ci crede e lotta da anni.

Parlaci di te, chi è Roberto Rugiano?

Fino a qualche anno fa avevo una piccola azienda di servizi che si occupava di manutenzione del verde sia pubblico che privato.

Eravamo presenti anche nel settore dell’agricoltura biologica, ma con la crisi degli ultimi anni abbiamo dovuto prendere la decisione di chiudere l’attività.

A quel punto quella che era una passione, i rapaci, è diventata un lavoro che ha fatto vincere una scommessa.

Se dovessi definirmi mi definirei come un pazzo/folle.

Raccontaci dei Falconieri dei Setteventi, come nasce la tua attività?

Falconieri dei Setteventi è un progetto nato quasi 3 anni fa che corona una passione, la gestione di alcune specie, che si è consolidata negli ultimi 2 decenni.

Tutto nasce dal soccorso ad un rapace, probabilmente colpito da un bracconiere, al quale ho prestato le prime cure che hanno fatto nascere quella passione che ancora mi porto dentro.

Non mi definisco un falconiere tradizionale, non mi occupo di caccia o di spettacoli ma è una passione sfegatata verso questi animali. Quello che cerchiamo di fare è puntare fortemente sulla divulgazione della biologia di questi meravigliosi esemplari.

L’associazione Culturale Setteventi oggi offre un’esperienza unica, l’interazione con questi rapaci.

Qui la differenza con la falconeria tradizionale. Mentre quest’ultima non offre questa possibilità, la nostra finalità è quella di realizzare una sorta di avvicinamento con interazione tra i nostri ospiti ed i rapaci.

Una sorta di percorso didattico e interattivo legato al mondo di questi meravigliosi animali, che permetta ai più piccoli di scoprire un mondo ed ai più grandi di evocare i ricordi o le tante leggende legate a questo settore.

Cosa vuol dire per te restare in Calabria?

Vuol dire vincere una scommessa. Tanta gente viene a trovarci, curiosa di conoscere una specie, e quando va via rimane soddisfatta per aver conosciuto un mondo.

Non voglio fare come hanno fatto altri. E’ facile prendere la valigia ed andarsene per trovare di meglio. La scommessa è quella di farcela qui per valorizzare quello che abbiamo al fine di non andare via.

Con questo piccolo progetto io forse ci sono riuscito.

Viaggio in Calabria

San Giuseppe a Chianalea di Scilla

Alla fine della meravigliosa passeggiata nell’antico borgo dei pescatori di Chianalea si giunge in uno spiazzo dove una spartana facciata annuncia la presenza di una chiesa.

Spesso le apparenze ingannano. Questo è un luogo intriso di fascino e storia, ed è varcato il portone che ci accorgiamo di trovarci in uno degli angoli più antichi di Scilla.

Le origini di questo luogo di culto risalgono al luglio 1619, quando Maria Ruffo invitò a Scilla i padri Crociferi con il compito di assistere la popolazione.

Venne costruito un piccolo ospedale e, per accoglierli, un convento su di una pre-esistente chiesa bizantina. Il convento era dotato di una cappella che venne intitolata a Maria SS. Annunziata. L’attuale chiesa altro non è che la cappella di quell’antico convento.

L’edificio restò in piedi fino alla metà del XIX secolo, quando venne distrutto a seguito dei lavori per la costruzione della ferrovia.

Testimonianza delle dimensioni dell’antico edificio è la porzione di arco ancora oggi visibile nella strada che, da Chianalea, conduce alla chiesa. La chiesa subì solo qualche danno al tetto nel terremoto del 1908 e questo portò alla realizzazione del tetto in legno; sempre nel ‘900 vennero realizzate due aperture rettangolari nella parte  sinistra dell’edificio. Nel 1996 venne avviata una campagna di restauro e recupero durante la quale vennero individuati i resti di una chiesetta bizantina che, probabilmente, poi venne utilizzata come cripta: vennero anche ritrovati i resti del canonico Bovi, morto nel terremoto del 1783, che, per sua volontà, venne sepolto nella Chiesa vicino al mezzo busto di San Giuseppe.

Ph Alessandra Moscatello

Fu proprio il canonico Bovi, che era anche medico, ad introdurre il culto di San Giuseppe a Scilla nella prima metà del ‘700. La statua che oggi viene esposta nell’abside della Chiesa è frutto di una donazione di due pescatori scillesi ed è databile al 1750 (presto racconteremo anche questa storia)

ph Alessandra Moscatello

Molte le opere custodite all’interno della Chiesa ma sicuramente l’occhio viene rapito dal portale che dall’atrio porta all’interno della chiesa, in tufo del XVIII secolo, e dall’altare anch’esso in stile Settecentesco.

(altre info sulle chiese di Scilla sono reperibili su www.parrocchiascilla.it dove confluisce il lavoro dell’amico Rocco Panuccio)

Viaggio in Calabria

Tesori dal Regno al MArRC

E’ molto strano scrivere quest’articolo nel particolare momento storico che stiamo vivendo. La realtà fuori dalla finestra del mio studio appare quasi ovattata, tutto è silente, solo il fruscio del vento ed il cinguettio interrompono saltuariamente questo incanto surreale.

Strano scrivere di storia ed arte al tempo del coronavirus. Particolare anche perchè, al momento, il Museo di Reggio come gli altri attrattori culturali italiani, rimane chiuso come misura necessaria per contenere l’epidemia.

In quest’articolo, un po’ per evadere dalle ansie dei discorsi monotematici da Covid19, vi racconto la mostra “Tesori dal Regno, la Calabria nelle collezioni del museo archeologico nazionale di Napoli” visitata nell’ultimo giorno di apertura del MArRC.

Nell’ormai consueta veste espositiva fatta di sfondo mono tinta e belle frasi ad affetto, ravvivate da foto d’epoca di grandi dimensioni, si snoda il percorso espositivo che si prefigge di raccontare il rapporto secolare tra il Museo Partenopero ed il Sud Italia, con particolare attenzione al territorio calabrese e reggino.

Tanti i pezzi degni di nota, dai lacerti di affreschi provenienti dall’ area vesuviana, ai vasi di Ruvo di Puglia (qui magari avrei giocato di più sull’antico nome della Puglia, Calabria), dai pezzi provenienti da Locri, come i meravigliosi elmi, ai piccoli tesori monetali.

La mostra conclude il suo percorso con l’esposizione multimediale anticipata dal c.d. Sancofago di Eremburga, dal nome della seconda moglie di Ruggero I, accompagnata da un’interessante descrizione che rimanda ad una pagina di storia spesso trascurata, ma che definisce la Calabria così come oggi la conosciamo. Mi riferisco all’arrivo alle nostre latitudini dei normanni che scelsero Mileto come sede del loro potere.

Adesso non ci resta che sperare in un prossima apertura del museo di Reggio perchè questo significherebbe che la parentesi surreale legata all’epidemia da Coronavirus sarebbe già archiviata.

Per il momento resistiamo restando semplicemente a casa diffondendo magari il virus della bellezza, un’epidemia che non spaventa nessuno.

viaggio in Italia

Tindari ed i suoi tesori nascosti

Spesso parlando di Tindari si limita la conversazione all’importantissimo santuario mariano, ma la storia di questo luogo, e le tracce dell’antica città, sanno stupire forse più del meraviglioso affaccio sul tirreno dal quale è possibile godere di un curioso ricciolo di sabbia che si protende verso il mare.

Le tracce di Tyndaris iniziano ad incuriosire il visitatore già dall’arrivo al borgo dove, un po’ sparse sulla statale, è possibile scorgere i resti delle mura dell’antica città.

L’ingresso al parco archeologico vero e proprio lo si incontra procedendo poco oltre la piazza belvedere prospicente al santuario. In biglietteria è possibile acquistare anche un ticket unico con il quale visitare il parco archeologico e la poco distante villa romana di Patti (piccola nota: se avete bisogno di guide cartacee o di altro oggetto che facilita la visita provvedete prima, perchè al momento il sito non dispone di un bookshop).

L’antica Tyndaris venne fondata dal tiranno siracusano Dionisio I all’inizio del IV sec. a. C. con l’obiettivo di insediarci alcuni suoi mercenari Messeni e garantirsi così il controllo su un territorio molto vasto compreso nell’attuale golfo di Patti.

La città costruita in altura su un pianoro leggermente declinate verso il mare prende il nome da Tindaro, re di Sparta, e padre naturale e putativo dei due Dioscuri (a Polluce viene sempre attribuita la paternità di Zeus mentre Castore in alcune versioni viene considerato figlio naturale del re di Sparta e di Leda) ed ebbe una importantissima continuità di utilizzo anche con l’arrivo dei romani sull’isola.

Tyndaris da base dei Cartaginesi si consegnò alla repubblica romana volontariamente e questo le permise di divenire Civitas Decumana conservando una certa autonomia.

Nella fase ultima della repubblica Tindari, come del resto l’intera Sicilia, era in mano di Sesto Pompeo, che la utilizzò come sua base per le operazioni che lo vedevano contrapposto alle forze di Ottaviano che si avviava a divenire Augusto.

La visita al parco archeologico oggi è anticipata dall’ingresso al piccolo antiquarium nel quale, oltre ad altri interessantissimi reperti ( per me, reggino, è stato emozionante trovare una monenta di Reggio del III sec. a.C) viene conservata proprio una testa monumentale di Augusto. Proprio quest’ultimo nella riorganizzazione dei territori caduti sotto al suo controllo ribattezzo la città come Colonia Augusta Tyndaritanorum.

Oggi il sito premette di leggere l’antica città con i suoi assi viari perfettamente allineati con un decumano centrale e perpendicolarmente i cardi a formare degli isolati perfettamente ad angolo retto.

Incrocio tra il decumano principale ed un cardo che scende verso la parte bassa della città

L’intera area archeologica non è stata tutta attenzionata da scavi ma quelli realizzati hanno permesso di mettere in luce, oltre agli assi viari di cui si diceva, anche importanti edifici pubblici come il basamento di un’area sacra prospicente al decumano principale, la basilica nelle vicinanze di uno degli ingressi della città ed il panoramicissimo teatro.

Degno di nota è l‘insula quattro (un intero isolato restituito alla luce del sole ed agli occhi dei moderni) che su tre terrazzamenti si sviluppa dal decumano principale verso la basilica con botteghe, magazzini, due domus e le terme pubbliche.

Molto suggestivi i mosaici presenti nell’edificio termale che già stupiscono nei due apodyterium (spogliatori) presentando una Triskeles ed in quello di desta un toro e due Pilei con astri, tipici simboli dei Dioscuri, per poi continuare con scene di lotta, Bacco e ambientazioni marine.

Altri suggestivi mosaici, questa volta a figure geometriche, sono presenti in una domus che si affaccia sul decumano principale all’altezza dell’area sacra in prossimità di un altro ingresso in città monumentalizzato con propileo.

Di questa antica città manca al momento l’individuazione di una estesa presenza di edifici templari e non sono pochi gli studiosi che ipotizzano che la verà agorà della città si trovasse nell’altura che oggi ospita il santuario mariano. Ancora una volta il moderno raccoglie a piene mani in tema di divinità dall’antico.

Che dire? Non vi resta che andare a godervi questo importante centro siciliano e se vi posso dare un consiglio vi suggerirei alla fine della visita del parco di gustare una granita ai gelsi rossi… Io l’ho fatto e dopo per magia ho iniziato a parlare siciliano.

Le mie interviste

Ad Archeoderi con Marilena Avenoso tra criticità e prospettive

Criticità e prospettive del Parco Archeoderi di Bova Marina sono stati i temi della conversazione con Marilena Avenoso, giovane operatrice culturale, specializzata in organizzazione e gestione del patrimonio culturale ed ambientale.

Marilena riesci a spiegarci cosa significa per te il Parco Archeologico Archeoderi?

Per me Archeoderi significa “Rinascita”. Quando nell’ormai lontano 2015 mi accingevo a scrivere la mia tesi di laurea magistrale, ho puntato e scommesso il tutto e per tutto sul Parco Archeologico, il cui potenziale, a mio avviso, è veramente immenso. Purtroppo però, e mi duole dirlo, il suddetto Parco è uno dei tanti “gioielli culturali” dimenticati e abbandonati. Per molto tempo il Parco in questione è stato gestito in maniera inadeguata, tanto che neanche le persone che vivevano nelle sue vicinanze conoscevano le meraviglie storico-artistiche che venivano custodire al suo interno.
Ecco perché per me Archeoderi significa “rinascita”. È solo grazie alla conoscenza di ciò che siamo stati che si potrà divenire portavoce delle nostre tradizioni,origini e culture, diventando noi stessi fautori della conoscenza del nostro patrimonio culturale

Qual è la visione di promozione e rilancio che già avevi inserito nella tua tesi di laurea? la reputi ancora attuale?

La mia visione di promozione e rilancio riguardava la social innovation applicata all’ambito dei beni culturali. In tempi recenti, e gli esempi da fare sarebbero davvero tanti, si assiste sempre più ad una sorta di spinta propulsiva da parte dei cittadini che creano “rete” per “riappropriarsi” del proprio patrimonio culturale e della propria identità storica. Il punto di forza della social innovation, a mio avviso, sta proprio nella creazioni di modelli di “gestione dal basso” che mirano a colmare il gap che risponde alla domanda:”chi si occupa del patrimonio culturale dimenticato e abbandonato?”.
Tale modello si muove infatti su due binari paralleli: da un lato il coinvolgimento attivo dei cittadini con l’esposizione di idee “nuove” per riprendere in mano la larga fetta di patrimonio culturale dimenticato e abbandonato; dall’altro lato cerca di “snellire” l’intervento pubblico, il quale, con le varie pastoie burocratiche, di certo non facilita l’immediatezza d’azione per quanto riguarda la tutela, la valorizzazione e la gestione del patrimonio culturale abbandonato.
Questo modello di gestione dal basso a mio avvivo è il cavallo vincente su cui puntare per riuscire in breve tempo e al minor costo possibile di far rinascere i nostri gioielli culturali dimenticati.

Secondo te qual è il freno di questo parco? Perché non riscuote il successo che merita? Parliamo pur sempre della seconda Sinagoga più antica d’Europa dopo quella di Ostia

Il freno di questo parco a mio avviso è la poca collaborazione tra pubblico e privato. Chi gestisce il Parco deve assolutamente, e con urgenza, provvedere a stilare un efficiente ed efficace piano di marketing territoriale e di promozione, facendo in modo che il Parco diventi la punta di diamante del nostro territorio.
Devo dire però che qualcosa in questo campo si è mossa, dal momento che nell’ottobre del 2017 l’aula della preghiera della sinagoga ebraica del parco archeologico Archeoderi, che come dicevi tu è la più antica in Europa dopo quella di Ostia, e aggiungo l’unica al momento presente nel meridione, ha sentito riecheggiare le preghiere dello shabbat di una cospicua comunità ebraica, con persone provenienti da tutta Italia e non solo.
È vero però che questo è stato un episodio sporadico, ma è anche vero che per ottenere grandi successi bisogna partire da piccoli passi.Come dice la dedica della mia tesi: “se vogliamo che le cose migliorino dobbiamo pensare che possano migliorare. La scelta è tra un mondo di possibilità e un mondo di fallimenti. Come dice la dedica della mia tesi: “se vogliamo che le cose migliorino dobbiamo pensare che possano migliorare. La scelta è tra un mondo di possibilità e un mondo di fallimenti”.

Viaggio in Calabria

Un viaggio a Ferruzzano e “Se fate l’asilo alla frazione vi capiterà male…”

Passeggiare per le viuzze silenti di Ferruzzano è quasi un’esperienza mistica, i battenti delle finestre spostati dal vento interrompono silenzi con sottofondo di lavoro dei campi.

Poche anime in quelle case che ancora raccontano di un tempo differente, lento, scandito da altri riti quotidiani.

Queste stesse sensazioni diventato quasi aplificate nella frazione di Saccuti dove lo scenario diventa surreale, perchè la senzazione è quella che gli abitanti siano appena andati via chissà per quale motivo, lasciando tutto li ad attendere un futuro improbabile ritorno.

Oggi, solo il piccolo Paolo ed il fratellino permettono di ascoltare voci di bambino in quest’angolo interno della nostra provincia, mentre nella metà degli anni venti del ‘900 Zanotti Bianco si prodigava per la costruzione dell’asilo.

Zanotti Bianco, scrittore, archeologo e sagista fu uomo illuminato che tanto diede alla fascia ionica aspomontana, creò tantissimi asili, scuole, ambulatori e riconobbe la necessità di fondare riviste e pubblicazioni che permettessero lo studio e la diffusione del patrimonio culturale Calabrese.

E’ lo stesso Zanotti Bianco che ci descrive nel suo “TRA LA PERDUTA GENTE” i momenti che portarono alla costruzione di ben due asili tra Ferruzzano e la frazione di Saccuti.

Il racconto è “Pazza per amore” dove l’autore intreccia il suo viaggio tra Brancaleone, Bruzzano, Ferruzzano e Saccuti con le vicende di una povera donna folle per un amore finito e la sua tragica fine.

In questo racconto Zanotti Bianco ricorda: “E mi inerpicai per la strada sassosa che conduce a Saccuti. Dopo il terremoto del 1907 una commissione geologica aveva dichiarato inabitabile Ferruzzano e il Genio Civile aveva costruito le nuove case baraccate nella frazione di Saccuti. Ma più che la forza dell’abitudine, la maggior vicinanza ai pascoli del monte Trizzo, alle terre sul versante del La Verde, aveva ricondotto coloro che s’erano salvati da quel disastro a sistemarsi tra le rovine, riattando alla meglio, con legname, i vani lesionati. Sicché quando ci decidemmo ad aprire una Casa dei bambini a Saccuti, quei di Ferruzzano accorsero impermaliti: Siamo noi la maggioranza del comune: se fate l’asilo alla frazione vi capiterà male.

E così aprimmo due asili, uno in alto al centro, l’altro alla frazione”.

Oggi quelle due strutture sono ancora in piedi e ci tramandono gli echi di questa storia di una provincia povera, di un mondo fiero e contadino, disperato e innamorato come quella umile donna del racconto “Pazza per amore”.