Viaggio in Calabria

Le emozioni della festa a Gallicianò

Gallicianò è un posto che nel tempo ho imparato ad amare. Un luogo per certi versi ruvido, asciutto, ricco di costratti stridenti e per questo così autentico e straordinario.

Nonostante con orgoglio possa sentirmi a casa li, non avevo mai assistito alla festa del Santo Patrono, durante la quale la statua in gesso, da poco restaurata, sfila per le strette vie del borgo fino a raggiungere il belvedere del Calvario per poi fare ritorno nella chiesa principale del paese.

La prima cosa che colpisce arrivando a Gallicianò, dopo aver percorso i tornanti che dalla fiumara risalgono il crinale, è l’assenza del silenzio che in genere rende quasi ovattato il trascorrere del tempo all’interno dell’acropoli dei greci della Bovesia.

Nei giorni della festa le voci invece tornano ad animare queste contrade, come le urla dei più piccoli che si riprendono gli spazi che per generazioni sono stati dei loro padri.

Ma nonostante il tempo venga scandido diversamente e con un ritmo che sembra più lento, è già tempo di inizare e dopo i primi spari San Giovanni Battista scende le scale che separano la chiesa principale di Gallicianò da Piazza Alimos per poi procedere per tutto Catuchorìo.

La statua, deviando all’altezza del piccolo museo etnografico raggiunge il luogo dove un tempo insisteva la chiesa di San Leonardo. I portatori compiono tre giri in senso orario e tre in senso antiorario, un tempo accompagnati da musiche popolari, oggi da musiche sacre.

Mentre ormai le ombre si allungano perchè il giorno cede il passo alla sera, il Santo adesso portato a spalla dalle donne del borgo raggiunge il Calvario, prima di riabbracciare il paese per proteggerlo ancora.

Il popolo di Gallicianò, che celebra il suo Santo ad agosto, in occasione del martirio e non a giugno, quando invece se ne ricorda la nascita, lega anche quest’aspetto alla vita di queste contrade aspromontane.

Un tempo qui, dal mese di giugno, si era impegnati nelle attività di mietitura ed ecco spiegato perchè la festa si svolge ad agosto e perchè ancora oggi si usa lanciare chicchi di grano al passaggio del Santo in processione e lasciare sempre qualche spiga vicino alla statua durante l’anno.

Ormai però è sera e la statua del Santo dopo aver regalato le ultime emozioni ruotando nuovamente nel sagrato, sulle spalle degli emozionatissimi portatori, con canti vibranti torna nella chiesa simbolo del borgo.

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Tindari ed i suoi tesori nascosti

Spesso parlando di Tindari si limita la conversazione all’importantissimo santuario mariano, ma la storia di questo luogo, e le tracce dell’antica città, sanno stupire forse più del meraviglioso affaccio sul tirreno dal quale è possibile godere di un curioso ricciolo di sabbia che si protende verso il mare.

Le tracce di Tyndaris iniziano ad incuriosire il visitatore già dall’arrivo al borgo dove, un po’ sparse sulla statale, è possibile scorgere i resti delle mura dell’antica città.

L’ingresso al parco archeologico vero e proprio lo si incontra procedendo poco oltre la piazza belvedere prospicente al santuario. In biglietteria è possibile acquistare anche un ticket unico con il quale visitare il parco archeologico e la poco distante villa romana di Patti (piccola nota: se avete bisogno di guide cartacee o di altro oggetto che facilita la visita provvedete prima, perchè al momento il sito non dispone di un bookshop).

L’antica Tyndaris venne fondata dal tiranno siracusano Dionisio I all’inizio del IV sec. a. C. con l’obiettivo di insediarci alcuni suoi mercenari Messeni e garantirsi così il controllo su un territorio molto vasto compreso nell’attuale golfo di Patti.

La città costruita in altura su un pianoro leggermente declinate verso il mare prende il nome da Tindaro, re di Sparta, e padre naturale e putativo dei due Dioscuri (a Polluce viene sempre attribuita la paternità di Zeus mentre Castore in alcune versioni viene considerato figlio naturale del re di Sparta e di Leda) ed ebbe una importantissima continuità di utilizzo anche con l’arrivo dei romani sull’isola.

Tyndaris da base dei Cartaginesi si consegnò alla repubblica romana volontariamente e questo le permise di divenire Civitas Decumana conservando una certa autonomia.

Nella fase ultima della repubblica Tindari, come del resto l’intera Sicilia, era in mano di Sesto Pompeo, che la utilizzò come sua base per le operazioni che lo vedevano contrapposto alle forze di Ottaviano che si avviava a divenire Augusto.

La visita al parco archeologico oggi è anticipata dall’ingresso al piccolo antiquarium nel quale, oltre ad altri interessantissimi reperti ( per me, reggino, è stato emozionante trovare una monenta di Reggio del III sec. a.C) viene conservata proprio una testa monumentale di Augusto. Proprio quest’ultimo nella riorganizzazione dei territori caduti sotto al suo controllo ribattezzo la città come Colonia Augusta Tyndaritanorum.

Oggi il sito premette di leggere l’antica città con i suoi assi viari perfettamente allineati con un decumano centrale e perpendicolarmente i cardi a formare degli isolati perfettamente ad angolo retto.

Incrocio tra il decumano principale ed un cardo che scende verso la parte bassa della città

L’intera area archeologica non è stata tutta attenzionata da scavi ma quelli realizzati hanno permesso di mettere in luce, oltre agli assi viari di cui si diceva, anche importanti edifici pubblici come il basamento di un’area sacra prospicente al decumano principale, la basilica nelle vicinanze di uno degli ingressi della città ed il panoramicissimo teatro.

Degno di nota è l‘insula quattro (un intero isolato restituito alla luce del sole ed agli occhi dei moderni) che su tre terrazzamenti si sviluppa dal decumano principale verso la basilica con botteghe, magazzini, due domus e le terme pubbliche.

Molto suggestivi i mosaici presenti nell’edificio termale che già stupiscono nei due apodyterium (spogliatori) presentando una Triskeles ed in quello di desta un toro e due Pilei con astri, tipici simboli dei Dioscuri, per poi continuare con scene di lotta, Bacco e ambientazioni marine.

Altri suggestivi mosaici, questa volta a figure geometriche, sono presenti in una domus che si affaccia sul decumano principale all’altezza dell’area sacra in prossimità di un altro ingresso in città monumentalizzato con propileo.

Di questa antica città manca al momento l’individuazione di una estesa presenza di edifici templari e non sono pochi gli studiosi che ipotizzano che la verà agorà della città si trovasse nell’altura che oggi ospita il santuario mariano. Ancora una volta il moderno raccoglie a piene mani in tema di divinità dall’antico.

Che dire? Non vi resta che andare a godervi questo importante centro siciliano e se vi posso dare un consiglio vi suggerirei alla fine della visita del parco di gustare una granita ai gelsi rossi… Io l’ho fatto e dopo per magia ho iniziato a parlare siciliano.