Le mie interviste

Ettù Parànu – Dove suonano ancora le vallate

Era il 2019 quando Davide Carbone e Freedom Pentimalli lanciavano il loro primo lavoro comune dal titolo “Kalavria la terra dei greci di Calabria”.

Un racconto della nostra terra con una prospettiva diversa rispetto a quelle ormai ingiallite alle quali abbiamo fatto l’abitudine.

La linea, ad un anno di distanza, viene confermata nella seconda opera dal titolo “Ettù parànu – Dove suonano ancora le vallate”.

La loro è una visione di giovani che provano a raccontare la propria terra, coinvolgendo certamente i depositari delle antiche orme, ma con una narrazione che non si ferma a questo. Nel loro esplorare, la videocamera, racconta fatti che con naturalezza si coniugano al futuro.

Ma conosciamo meglio i due ideatori di questi lavori che ci hanno condotto in questi due anni a riscoprire un elemento, quello antropico, che nella narrazione della Bovesia non può che avere un ruolo preminente.

Due storie diverse le vostre ma un forte sentimento di appartenenza a questa terra che vivete a distanze variabili.

Davide: L’amore per la Calabria mi è stato trasmesso dai miei genitori in primis, ma anche dai parenti e dagli amici con cui, nonostante la grande distanza, in un’epoca in cui ancora non esistevano smartphone e social ho creato legami molto forti, tra cui Freedom. Insieme abbiamo voluto unire la nostra passione per la Calabria, la mia per il cinema e la sua per la scrittura, provando a creare qualcosa di buono e utile per la nostra terra. Dico nostra terra perché, anche se nato e cresciuto a Monza, sono e mi sento più calabrese di molti calabresi che in Calabria ci vivono.

Quando ogni estate scendo nel mio paesino, purtroppo mi ritrovo a constatare come un pezzo di esso sia svanito, magari nel volto o nei ricordi di un anziano che non c’è più o in case abbattute o in sprazzi di verde divenuti cenere. La Calabria che conoscevo stava svanendo, come gran parte di quella Calabria del passato per cui nutro molta nostalgia. Quindi, avendo oggi un pezzo di Calabria che sta sparendo come la cultura greco calabra, abbiamo voluto documentarne una parte.

Freedom: Si possono mettere radici ovunque, dipende dalla propria capacità di adattarsi e leggere un luogo. Se si ha però fortuna di conoscere il luogo dove generazioni e generazioni dei propri antenati hanno portato avanti la propria esistenza lasciando tracce tutt’oggi visibili, quel luogo diventa particolarmente fertile per coltivare le radici della memoria e degli affetti. Al punto da non sapere se è quel luogo ad appartenerti o se sei tu ad appartenere a lui.

Nel dubbio mi spendo per riscattarlo e, grazie alle competenze e all’arte di Davide, questo tentativo di valorizzazione può raggiungere l’attenzione di molte persone.

Qual è stato il percorso che vi ha spinti a realizzare questo secondo lavoro nel quale ancora una volta emerge un racconto attraverso gli occhi dei giovani della Bovesia?

Risposta congiunta: Nel nostro primo documentario Kalavrìa – La terra dei greci di Calabria abbiamo volutamente escluso il tema musicale in quanto pensavamo che fosse un argomento talmente ampio ed importante da meritare un lavoro a parte.

Dopo oltre un anno passato a portare in giro per l’Italia e all’estero Kalavrìa, con l’opportunità di attingere a fondi regionali, abbiamo accelerato l’ideazione e la produzione di Ettù Parànu – Dove suonano ancora le vallate lavoro non poco travagliato, ma ricco di soddisfazioni.

Quali i progetti, comuni ed individuali, coniugati al futuro?

D: Per quanto mi riguarda, essendo sempre presente l’amore per la Calabria e per il cinema, voglio continuare a mostrare alle persone l’enorme ricchezza della Calabria, dai volti della gente alle loro storie e ai loro ricordi, dai paesaggi da cartolina ai passaggi più segreti, valorizzando il patrimonio storico e culturale.

Abbiamo diverse idee per la mente che vogliamo realizzare, uscendo anche dal filone della cultura grecanica. Non nascondo che la mia ambizione è riuscire a dirigere dei film: è il mio vero sogno nel cassetto. Sono convinto che questi progetti possano essere comuni ad entrambi, vista anche la mia idea di cinema, ossia, girare film in Calabria che per tema principale non abbiano quello della ‘ndrangheta e della criminalità.

F:Prendermi cura di quelle radici greche fino a farle diventare un ponte con la Grecia contemporanea: l’attivismo nel campo della rivitalizzazione linguistica sarà un capitolo centrale dei prossimi anni. Ad esso si uniscono diversi progetti, sia quelli con Davide che riguardano la scrittura e il cinema, magari un romanzo (prima o poi), sia la promozione di attività nel cosiddetto “turismo lento”, un’altra via per valorizzare le bellezze che questa terra di Calabria offre.

Viaggio in Calabria

Le cascate Mundu e Galasìa

Per la prima volta ho messo piede sul monte Trepitò.

I miei occhi sono stati invasi da panorami totalmente diversi rispetto a quelli ai quali sono più abituato, quelli delle valli aperte delle fiumare dell’Aspromonte orientale.

Qui, in questi boschi, compi un viaggio in una natura primordiale, rigogliosa e fiera, che riesce a carpire al viandante sentimenti di stupore e meraviglia.

Il sentiero 220 inizia in un tornante dell’ ex SS111 oggi SP1 che da Molochio porta a Trepitò. L’inizio del sentiero è ben segnalato e già da quel punto panoramico è possibile ammirare una delle cascate meta di questo itinerario.

L’immersione in questo bosco è totale praticamente da subito, la faggeta assume in certi tratti linee sinuose e le liane in alcuni punti trasportano la mente ad altre latitudini.

Raggiunto un ponticello, la scelta diventa quale cascata vedere per prima? Io consiglio la Galasìa, dato che il percorso è più lungo e la risalita dalla base della cascata può essere leggermente più difficoltosa.

Questo pezzo di sentiero improvvisamente raggiunge un tratto esposto e quasi per magia la visuale, non più limitata dal bosco, spazia tra pendii lussureggianti fino alla costa.

L’incontro con la Galasìa piccola (il bivio è facilmente individuabile sia per la segnaletica che per una sorgente) e poi con la Galasia, in tutta la sua magnificenza è un’esperienza che permette una migliore lettura della montagna reggina. Spesso, questa, è stata descritta come una montagna secca ed aspra ma che invece presenta delle arterie cariche di vita.

Risalendo il versate si incocia nuovamente il bivio con il ponticello dopo un’oretta di cammino. Da qui è possibile seguire un breve sentiero che costeggia tutto il salto di 40 mt della cascata Mundu.

La visuale è arricchita anche dalla presenza di una rara specie di felce, la woodwardia radicans, un vero e proprio fossile vivente giunto fino a noi dal remoto periodo Terziario.

L’intero percorso è realizzabile in 3 ore con tutta calma, ma quel che resta di questo viaggio, accompagnerà il viandante per il resto della propria vita.

Tornerò presto sul Trepitò, per riassaporare quella diversità stridente di panorami, rispetto all’Area Grecanica reggina, che mi ha regalato ancora una volta una chiave di lettura unica, per comprendere questo microcosmo chiamato Aspromonte.

Le mie interviste

Roberto Rugiano ci parla dei “Falconieri dei setteventi”

Nel racconto catastrofistico della nostra terra, come spesso ci diciamo, emerge con ricorrenza costante il rumore dell’albero che cade e mai quello della foresta che cresce.

Vi voglio raccontare l’esperienza di Roberto Rugiano a Civita nel cosentino, la sua passione, il suo progetto e la sua voglia di “restanza”.

Un’ultima precisazione, l’intervista è stata fatta prima che iniziasse questa situazione surreale legata al coronavirus, per questo, mi piace ripartire da qui, con chi ci crede e lotta da anni.

Parlaci di te, chi è Roberto Rugiano?

Fino a qualche anno fa avevo una piccola azienda di servizi che si occupava di manutenzione del verde sia pubblico che privato.

Eravamo presenti anche nel settore dell’agricoltura biologica, ma con la crisi degli ultimi anni abbiamo dovuto prendere la decisione di chiudere l’attività.

A quel punto quella che era una passione, i rapaci, è diventata un lavoro che ha fatto vincere una scommessa.

Se dovessi definirmi mi definirei come un pazzo/folle.

Raccontaci dei Falconieri dei Setteventi, come nasce la tua attività?

Falconieri dei Setteventi è un progetto nato quasi 3 anni fa che corona una passione, la gestione di alcune specie, che si è consolidata negli ultimi 2 decenni.

Tutto nasce dal soccorso ad un rapace, probabilmente colpito da un bracconiere, al quale ho prestato le prime cure che hanno fatto nascere quella passione che ancora mi porto dentro.

Non mi definisco un falconiere tradizionale, non mi occupo di caccia o di spettacoli ma è una passione sfegatata verso questi animali. Quello che cerchiamo di fare è puntare fortemente sulla divulgazione della biologia di questi meravigliosi esemplari.

L’associazione Culturale Setteventi oggi offre un’esperienza unica, l’interazione con questi rapaci.

Qui la differenza con la falconeria tradizionale. Mentre quest’ultima non offre questa possibilità, la nostra finalità è quella di realizzare una sorta di avvicinamento con interazione tra i nostri ospiti ed i rapaci.

Una sorta di percorso didattico e interattivo legato al mondo di questi meravigliosi animali, che permetta ai più piccoli di scoprire un mondo ed ai più grandi di evocare i ricordi o le tante leggende legate a questo settore.

Cosa vuol dire per te restare in Calabria?

Vuol dire vincere una scommessa. Tanta gente viene a trovarci, curiosa di conoscere una specie, e quando va via rimane soddisfatta per aver conosciuto un mondo.

Non voglio fare come hanno fatto altri. E’ facile prendere la valigia ed andarsene per trovare di meglio. La scommessa è quella di farcela qui per valorizzare quello che abbiamo al fine di non andare via.

Con questo piccolo progetto io forse ci sono riuscito.

Viaggio in Calabria

San Giuseppe a Chianalea di Scilla

Alla fine della meravigliosa passeggiata nell’antico borgo dei pescatori di Chianalea si giunge in uno spiazzo dove una spartana facciata annuncia la presenza di una chiesa.

Spesso le apparenze ingannano. Questo è un luogo intriso di fascino e storia, ed è varcato il portone che ci accorgiamo di trovarci in uno degli angoli più antichi di Scilla.

Le origini di questo luogo di culto risalgono al luglio 1619, quando Maria Ruffo invitò a Scilla i padri Crociferi con il compito di assistere la popolazione.

Venne costruito un piccolo ospedale e, per accoglierli, un convento su di una pre-esistente chiesa bizantina. Il convento era dotato di una cappella che venne intitolata a Maria SS. Annunziata. L’attuale chiesa altro non è che la cappella di quell’antico convento.

L’edificio restò in piedi fino alla metà del XIX secolo, quando venne distrutto a seguito dei lavori per la costruzione della ferrovia.

Testimonianza delle dimensioni dell’antico edificio è la porzione di arco ancora oggi visibile nella strada che, da Chianalea, conduce alla chiesa. La chiesa subì solo qualche danno al tetto nel terremoto del 1908 e questo portò alla realizzazione del tetto in legno; sempre nel ‘900 vennero realizzate due aperture rettangolari nella parte  sinistra dell’edificio. Nel 1996 venne avviata una campagna di restauro e recupero durante la quale vennero individuati i resti di una chiesetta bizantina che, probabilmente, poi venne utilizzata come cripta: vennero anche ritrovati i resti del canonico Bovi, morto nel terremoto del 1783, che, per sua volontà, venne sepolto nella Chiesa vicino al mezzo busto di San Giuseppe.

Ph Alessandra Moscatello

Fu proprio il canonico Bovi, che era anche medico, ad introdurre il culto di San Giuseppe a Scilla nella prima metà del ‘700. La statua che oggi viene esposta nell’abside della Chiesa è frutto di una donazione di due pescatori scillesi ed è databile al 1750 (presto racconteremo anche questa storia)

ph Alessandra Moscatello

Molte le opere custodite all’interno della Chiesa ma sicuramente l’occhio viene rapito dal portale che dall’atrio porta all’interno della chiesa, in tufo del XVIII secolo, e dall’altare anch’esso in stile Settecentesco.

(altre info sulle chiese di Scilla sono reperibili su www.parrocchiascilla.it dove confluisce il lavoro dell’amico Rocco Panuccio)

Viaggio in Calabria

Tesori dal Regno al MArRC

E’ molto strano scrivere quest’articolo nel particolare momento storico che stiamo vivendo. La realtà fuori dalla finestra del mio studio appare quasi ovattata, tutto è silente, solo il fruscio del vento ed il cinguettio interrompono saltuariamente questo incanto surreale.

Strano scrivere di storia ed arte al tempo del coronavirus. Particolare anche perchè, al momento, il Museo di Reggio come gli altri attrattori culturali italiani, rimane chiuso come misura necessaria per contenere l’epidemia.

In quest’articolo, un po’ per evadere dalle ansie dei discorsi monotematici da Covid19, vi racconto la mostra “Tesori dal Regno, la Calabria nelle collezioni del museo archeologico nazionale di Napoli” visitata nell’ultimo giorno di apertura del MArRC.

Nell’ormai consueta veste espositiva fatta di sfondo mono tinta e belle frasi ad affetto, ravvivate da foto d’epoca di grandi dimensioni, si snoda il percorso espositivo che si prefigge di raccontare il rapporto secolare tra il Museo Partenopero ed il Sud Italia, con particolare attenzione al territorio calabrese e reggino.

Tanti i pezzi degni di nota, dai lacerti di affreschi provenienti dall’ area vesuviana, ai vasi di Ruvo di Puglia (qui magari avrei giocato di più sull’antico nome della Puglia, Calabria), dai pezzi provenienti da Locri, come i meravigliosi elmi, ai piccoli tesori monetali.

La mostra conclude il suo percorso con l’esposizione multimediale anticipata dal c.d. Sancofago di Eremburga, dal nome della seconda moglie di Ruggero I, accompagnata da un’interessante descrizione che rimanda ad una pagina di storia spesso trascurata, ma che definisce la Calabria così come oggi la conosciamo. Mi riferisco all’arrivo alle nostre latitudini dei normanni che scelsero Mileto come sede del loro potere.

Adesso non ci resta che sperare in un prossima apertura del museo di Reggio perchè questo significherebbe che la parentesi surreale legata all’epidemia da Coronavirus sarebbe già archiviata.

Per il momento resistiamo restando semplicemente a casa diffondendo magari il virus della bellezza, un’epidemia che non spaventa nessuno.

viaggio in Italia

A Brera ho incontrato la bellezza

La Pinacoteca di Brera costituisce uno scrigno formidabile di capolavori, e le sue sale espositive permettono di apprezzare un meraviglioso spaccato della storia dell’arte italiana e un ricco palinsesto di autori lombardi.

Tra le tante opere di firme di primo piano presenti, Gentile da Fabriano, Mantegna, Raffaello ( che proverò a raccontarvi più in la), sicuramente il capolavoro che più mi ha colpito è la cosidetta “Pala di Brera” di Piero della Francesca.

L’opera fu voluta dal duca di Urbino, Federico da Montefeltro, probabilmente in occasione della nascita del figlio Guidobaldo, avuto da Battista Sforza.

Gli sposi verranno resi immortali nel celebre doppio ritratto, altro capolavoro di Piero custodito agli Uffizi.

Tornando alla Pala di Brera, l’opera fu destinata alla chiesa di San Bernardino di Urbino e molti ritengono fosse di dimensioni maggiori, dato che avrebbe esaltato ancora di più il gioco prospettico già presente nel capolavoro così come ci è pervenuto.

Piero imposta, nel 1472, la sua opera come una sacra conversazione ponendo i protagonisti con alle spalle un’abside ed ai lati delle sembra di intravedere il transetto.

Su di un trono è posta la Vergine (il cui volto è via di fuga dell’opera) con Bambino (di gusto fiammingo quel tappeto posto in basso) e attorno a Maria tutta una serie di figure nelle quali si riconoscono da sinistra Giovanni Battista, San Bernardino, San Girolamo (con vesti da eremita ed il sasso del penitente), quattro figure angeliche con vesti rinascimentali, San Francesco d’Assisi che mostra le stimmate, San Pietro Martire con la ferita sul capo e l’ultimo a destra San Giovanni Evangelista.

In primo piano un uomo inginocchiato in armatura con mani giunte, la protezione delle mani e l’elmo sono stati riposti sul pavimento e questo permette di scorgere il profilo inconfondibile del committente, Federico da Montefeltro.

Il duca, deve le sue fortune alle straordinarie capacità militari che riusciva a coniugare con doti da umanista e queste caratteristiche vennero rappresentate in un’altra opera urbinate che ritrae Federico con il figlio Guidobaldo nello studiolo.

L’opera di Pedro Berruguete, in un trionfo di simboli di potere, rende plasticamente queste caratteristiche.

Ma per completare, solo per il momento, il nostro viaggio a Brera ci lasciamo rapire dalla parte superiore della “Pala” di Piero dove sono le architetture a farla da padrone. Al di sopra di marmi policromi si apre una volta a botte con lacunari e subito sotto una conchiglia, dove appare straordinario il gioco di luce sullo sfondo che sembra quasi rendere fotografica la spazialità intorno a questo uovo di struzzo pendente (vari i significati di quest’ultimo, dalla rinascita alla redenzione al rimando della maternità di Battista Sforza).

Un’opera che si apre agli occhi del visitatore che viene rapito in questo spazio nel quale sembra quasi di percepire il vento in quella profondità alle spalle dei protagonisti.

viaggio in Italia

La Cattedrale di Palermo

La visita alla Cattedrale di Palermo è un viaggio non solo nella lunga vita della città, ma anche una centrifuga di storia dell’ arte che trova una sintesi parecchio particolare in un unico monumento.

I Palermitani già nel IV secolo decisero di edificare un luogo sacro nell’area dove aveva predicato il santo vescovo Mamiliano e dove molti cristiani patirono il martirio. Successivamente, durante le incursioni dei Vandali questo luogo venne completamente distrutto.

Nel 604 si decise di edificare un luogo sacro che verrà dedicato alla Vergine Maria, ma due secoli dopo i musulmani che si impadronirono dell’Isola trasformarono la chiesa in moschea.

Ancora oggi alcuni segni di questa fase ci testimoniano questo passaggio, come il Muqarnas e la pagina di Corano incisa sulla prima colonna a sinistra del portico d’ingresso laterale.

Si dovrà attendere l’arrivo dei Normanni per assistere al ritorno alla cristianità dell’Isola, anche se questo comportò un distacco delle sorti di questo territorio dall’influenza di Costantinopoli, ed un passaggio al controllo del Vescovo di Roma di cui “gli uomini del nord” erano feudatari.

Nel XII sec. il vescovo Gualtiero Offamilio dispone la costruzione di una nuova Cattedrale che verrà consacrata nel 1185 e dedicata alla Vergine Assunta.

Da qui in poi si avvieranno continue fasi edilizie che faranno assumere alla Cattedrale l’aspetto attuale.

Nel ‘300 verranno completate le quattro torri laterali con gusto gotico catalano. Nel cuore del ‘400 invece si realizzerà il meraviglioso portico meridionale.

Ma l’impegno di monumentalizzare questo sontuoso edificio non si arresterà qui. Tra ‘500 e ‘600 saranno imponenti i lavori di abbellimento degli interni della Cattedrale che vedranno tra i protagonisti la bottega della famiglia Gagini.

Nel ‘700 la piazza venne recintata dalla splendida balaustra ornata di sculture ed al centro di questo affascinante spazio venne collocata la statua di Santa Rosalia.

E’ all’inizi dell’800 però che la Cattedrale dei Palermitani acquisì il profilo definitivo, quando si decise, in modo abbastanza bizzarro, di dare una sferzata neoclassica all’intero edificio.

Vennero allargate le navate laterali sulle quali si inserirono piccole cupole, venne avviata una risitemazione degli interni che presero i colori neutri definitivi e soprattutto si decise l’edificazione della cupola che, diciamocelo francamente, stride un po’ con tutto il resto.

Infine, quasi come contrappeso alla cupola, nella metà dell’800 venne edificata la torre campanaria (sulla quale nel 1954 venne collocata la Madonna della Conco d’Oro) con un gusto neogotico per meglio coordinarsi con le guglie delle torri angolari.

Oggi la Cattedrale fa parte del circuito “Palermo arabo-normanna e le Cattedrali di Cefalù e Monreale”, riconosciuti come patrimonio Unesco dell’Umanità.

Per chi si reca a Palermo la visita è obbligatoria. L’accesso ha un’area libera ma è fondamentale, per meglio capire il luogo, la visita anche delle restanti parti come le cripte, le tombe dove riposano i Re Normanni ma anche Federico II, lo Stupor Mundi.

La visita non si conclude qui, interessantissimo è il piccolo museo dei tesori dove viene anche custodita la corona di Costanza, la consorte di Federico II.

Infine è semplice lasciarsi rapire dai panorami che dal tetto della Cattedrale si allargano su tutta Palermo.

Il costo del biglietto è variabile, ma con 10 euro si può acquistare il ticket con accesso completo ai vari siti.

Consiglio inoltre la visita notturna nella quale dei ragazzi preparatissimi sapranno accompagnarvi introducendovi nell’anima del luogo

Nella Cattedrale infine, trova degna sepoltura, il corpo di un martire moderno, il beato Pino Puglisi, caduto in un vigliacco agguato mafioso. Il suo sorriso e le sue idee però, accompagnano ancora oggi le riflessioni di molti Palermitani e non solo. La Cattedrale di Palermo è un monumento vivo, palpitante, che muta nel tempo, ma che racconta la storia di questo popolo incredibile.

Pillole di storia

La Battaglia di Stirling

Lo Stirlingshire, per la sua posizione geografica, costituisce un fondamentale crocevia per le terre di Scozia.

Il Castello del suo centro principale, Stirling, è stato teatro di accadimenti fondamentali per la storia del Regno Unito, uno su tutti, l’incoronazione a Regina di Scozia della piccolissima Maria Stuarda.

Ma l’evento collegato a questa piccola cittadina scozzese, ormai entrato nella cultura popolare, anche grazie al film Braveheart con Mel Gibson, è un altro.

Si tratta della battaglia che vide contrapposti gli eserciti Inglesi e Scozzesi che si  svolse nel 1297 nell’area dell’ Old Bridge.

Andiamo con ordine.

E’ il 1296 quando Edoardo I d’Inghilterra invade la Scozia dando il via a decenni di instabilità dei rapporti tra queste due nazioni. Lo stesso Re, all’inizio degli anni ’90 del ‘200 era stato investito dell’onere di decidere, in quella che venne denominata la “Grande Causa”, del destino del trono di Scozia. Margherita era morta senza lasciare eredi ed il Re d’Inghilterra investì John Balliol del titolo di Re di Scozia.

Come detto però, il regno di Re Giovanni durò pochissimo in quanto nel ’96 Edoardo estese il suo dominio in terra scozzese conquistando vari punti strategici come Edimburgo e Stirling.

La rivalsa scozzese non si fece attendere e l’anno seguente inizia quell’epopea che va sotto il nome di “guerre d’indipendeza”.

E’ il mese di settembre del 1297 quando un esercito guidato dal leggendario  William Wallace e da Andrew Murray, composto da 5/6000 uomini, trova lo scontro con un esercito Inglese tre volte superiore per numero.

L’importanza strategica di questi luoghi convince gli scozzesi ad attaccare proprio a Stirling i nemici. Le forze di Wallace riuscirono a prendere le posizioni migliori presentandosi prima degli inglesi sul campo di battaglia.

Quando l’esercito di Edoardo guidato dal Conte di Surrey provarono ad attraversare il ponte, i lanceri scozzesi riuscirono con ardimento ad annullare le successive ondate nemiche.

L’intervento della cavalleria inglese non migliorò la situazione, anzi generò solo ulteriore instabilità ed intasamento degli angusti spazi di manovra.

Le sorti della battaglia erano ormai segnate. Surrey ordinò la distruzione del ponte sul fiume Forth condannando gli uomini che già erano riusciti a stento ad attraversarlo.

La clamorosa vittoria contro un esercito più numeroso e meglio equipaggiato galvanizzò fortemente gli scozzesi che però l’anno seguente vennero pesantemente sconfitti a Falkirk.

La lotta per l’indipendenza scozzese però non era conclusa. Nel  1306 registriamo la salita al trono di Scozia di Re Robert “the Bruce” che nel 1314, proprio in un sobborgo di Stirling, Bannockburn, in quella che è ricordata come la battaglia più grande della storia scozzese, sconfisse in modo perentorio le armate inglese di Edoardo II.

Stirling in definitiva è una piccola cittadina della Scozia centrale, la sua storia però racconta l’anima di questa terra.

Le mie interviste

La mia intervista con il sindaco Repaci su Forte Batteria Siacci

A Campo Calabro ho avuto il piacere di incontare il sindaco Alessandro Repaci e scambiare con lui qualche battuta su Forte Batteria Siacci, sul sitema dei forti umbertini di Campo e sulla prospettiva di sviluppo di questi importantissimi beni culturali.

Ho deciso di riportarvi integralmente le risposte perchè ritengo che da queste righe emerga la visione complessiva su Siacci, condita da numeri, che si offre alla vostra valutazione.

Sindaco il giorno dell’apertura di forte Siacci si è definito più fortunato dei suoi predecessori, perchè?

Fortunato perché ritengo che in tutte le vicende, anche amministrative, vada colta una “congiunzione astrale”. Le amministrazioni che mi hanno preceduto si sono occupate, con alterne vicende e con alterne fortune, del recupero e della valorizzazione dei forti.

Da sempre questo sistema fortificato ha esercitato un’attrattiva ed è stata un’aspirazione per gli amministratori da quando i forti sono stati dismessi. Ma non sempre le amministrazioni sono state fortunate. Non sempre i provvedimenti amministrativi, le disponibilità degli enti che ce li avevano in custodia o che avevano responsabilità vincolistiche sono state favorevoli.

Noi abbiamo un sistema di fortezze che è costituito da tre forti. Diciamo che gli amministratori negli ultimi trentanni, da quando i forti sono stati dismessi, hanno sempre coltivato l’aspirazione di utilizzarli come volano di sviluppo anche quando, al tempo non erano ancora, a differenza di oggi, tutelati come beni culturali.

Solo il Comune di Campo Calabro li ha sempre pensati come sistema unitario, ma a questa concezione generale dell’amministrazione comunale, ma anche della gente, non corrispondeva un’analoga considerazione da parte dello Stato. Erano semplicemente pezzi di muri, noiosi e fastidiosi che bisognava manutenere e quindi rappresentavano un peso.

Quindi c’era il Comune, che li considerava una risorsa seppur in un progetto abbastanza vago di valorizzazione, dall’altra lo Stato che li considerava pezzi di muri fastidiosi. Queste due visioni profondamente diverse non si sono mai incontrate. Quindi è stato il Comune con l’operazione di Poggio Pignatelli nel 2014, che ha per primo detto: vogliamo questo bene a titolo gratuito e ci impegniamo a valorizzarlo. Quindi è stata, come in una campagna militare, che noi abbiamo,e stiamo, espugnando i forti uno ad uno.

Abbiamo espugnato Pignatelli sul quale sono stati spesi circa 800000 euro per una sufficiente rifunzionalizzazione degli ambienti. Stiamo cercando di capire come possiamo spingere fino in fondo, l’ulteriore impegno, che è quello della realizzazione della strada d’ingresso.

Quest’ultima ha avuto delle vicende tormentate ma siamo in grado di dire che entro la fine dell’anno a Poggio Pignatelli saranno spesi altri 700000 euro, come previsti dai Patti per il Sud e questo per completerà l’opera di rifunzionalizzazione su Pignatelli.

Poi abbiamo espugnato Siacci con un blitzkrieg, un’operazione velocissima.

In 26 mesi questo posto, che era inaccessibile, coperto dai rovi ad oggi (28 settembre) dal 18 di giugno ha registrato 1100 visitatori. Abbiamo realizzato dei percorsi che possono essere visitati in condizione di sicurezza. Abbiamo alcuni dipendenti comunali ed un gruppo di volontari che stanno lavorando per tenere aperto il forte. Abbiamo una mostra che verrà soprattutto utilizzata per le scuole, ed abbiamo avviato una campagna di comunicazione.

In ultimo, sull’ex deposito munizione Matiniti Inferiore, in ragione di quella visione statale di vedere quest’ immobili senza un’idea unitaria neppure catastalmente. Loro non capivano (lo Stato centrale ndr), che questi fogli erano realizzati secondo un disegno strategico steso nel 1800 e ciascuno li considerava dei pezzi.

Matiniti Inferiore fu imprudentemente cartolarizzato dal governo Berlusconi ed è finito nelle fauci di una immobiliare, sia pur partecipata dallo Stato, che si chiama Cassa depositi e prestiti immobiliare. La quale, ha avuto il coraggio civile di metterlo in vendita. Fino a quando il comune, con una lettera, non ha fatto scattare il vincolo sul bene ed ha rappresentato in maniera garbata ma ferma che questo bene appartiene all’eredità storica, culturale ed identitaria del Comune di Campo Calabro e che noi non ce lo lasceremo sfuggire e su di esso abbiamo messo un’ipoteca culturale e storica che faremo valere in ogni momento e a qualsiasi costo.

Ad oggi cosa dobbiamo intendere con il termine valorizzazione per il forte? Anche in termini comunicativi, visto che spesso si avvian campagne di comunicazione che partono e nel breve termine si interrompono facendo percepire ai potenziali fruitori che le attività di gestione si sono interrotte. Ad oggi qual è la vostra idea di valorizzazione per i forti?

Oggi non parliamo più di idee ma di atto amministrativo. Affinché Mibac desse parere positivo all’acquisto del bene, ci siamo dovuti impegnare formalmente in un programma di valorizzazione. Un programma molto corposo, che è stato approvato dal consiglio comunale e comprende una serie di

azioni in un cronoprogramma preciso. Questo programma è l’appendice all’accordo di valorizzazione che noi abbiamo sottoscritto. Lo Stato non da questi beni a scatola chiusa, ma si accerta che l’ente che li vuole acquisire sia in condizioni, strutturali e finanziarie, adatte a reggere questa sfida. Per questo richiede una serie di garanzie che sono rappresentate per tabulas in questo documento.

Il programma di valorizzazione di Forte Siacci parte dalla sua importanza all’interno delle fortificazioni umbertine, dal suo punto geografico che offre panorami mozzafiato e dalle sue caratteristiche costruttive che sono già meritevoli di una visita. Se si accede al forte e si seguono i due percorsi, ce ne sarebbero altri otto in teoria, si impegnano quaranta minuti.

Stiamo parlando non più di un turista ma di un viaggiatore. Di una persona che entra non solo in un luogo, ma nella sua dimensione storica e culturale. Noi vorremmo che si potessero sviluppare all’interno del forte almeno tre attività. Gli ambienti verranno rifunzionalizzati e dedicati in parte ad un polo museale permanente, per il quale siamo già in contatto con collezionisti non solo calabresi. Puntiamo alla realizzazione di un’esposizione museale a carattere militare di cui una sezione, piccola, sia dedicata a forte batteria Siacci.

In una seconda parte, una serie di ambienti collegati, dedicata alla presentazione di eventi.

Una terza parte invece sarà rifunzionalizzata nel rispetto della sua funzione originaria. Tutte le stanze degli ufficiali verranno trasformate in un ostello.

Quindi si utilizzerà questo layout dell’ospitalità sostenibile e giovanile europea per consentire la permanenza all’interno della struttura.

Poi abbiamo una serie di idee che riguardano gli ampi spazi esterni, che hanno la caratteristica di essere sgombri da ogni manufatto, grazie ai vincoli militari.

La creazione di una struttura che accoglie i visitatori, ne fa soggiornare una parte, rappresenta l’idea culturale di un percorso della memoria attraverso le esposizioni museali, mette a disposizione della cultura e dell’imprenditoria degli spazi di prestigio per eventi. Tenga conto che sarà possibile celebrare matrimoni civili perché una parte del forte verrà dichiarato ufficio dello stato civile. Questo fa scoccare la scintilla della creazione di una microeconomia inevitabile.

Nello stesso tempo fa entrare questo bene in un circuito che ha la necessità di servizi aggiuntivi, bar, area di merchandising,biglietteria.

Un grande bene culturale, che è gestito secondo criteri moderni ,nel rispetto della sua vocazione storica, e soprattutto gestito all’interno di un disegno che vuole portare all’interno del tessuto economico del territorio ricchezze, mettendo in competizione Siacci con le grandi strutture militari e difensive europee.

Ovviamente da soli non riusciamo a fare niente, abbiamo bisogno che la Città Metropolitana, smetta di considerare la provinciale Campo Calabro / Matiniti come via accessoria e la consideri come via principale di accesso al sistema delle fortezze. Abbiamo bisogno che il comune di Campo, nella parte amministrativa, della quale io ho la responsabilità, presti maggiore attenzione a quella frazione.

L’ acquisizione a titolo non oneroso di questo bene scatena una serie di azioni positive. La verità è che queste azioni vanno governate dal punto di vista della successione cronologica e dal punto di vista dell’estrema attenzione dei soggetti con i quali ci mettiamo in relazione per questa cosa.

Aggiungo che non è irrilevante all’interno del programma di valorizzazione il modello di gestione. Lo abbiamo presentato alla luce di quelle che sono state le precedenti esperienze non solo in Calabria ma anche a Campo Calabro.

Non siamo soddisfatti del modello di gestione che è stato indicato nel programma di valorizzazione e poi realizzato a Poggio Pignatelli.

Beni di questo genere e di queste dimensioni non possono essere dati in concessione a privati. La gestione di un bene così importante ha dei costi che difficilmente un’associazione, o comunque un privato, può sostenere. Se si fulmina una lampadina o un faro il comune in 24 ore la ripara, Il privato, l’associazione sia pure generosa, prima deve trovare i soldi. Noi partiamo dal concetto che ci accontentiamo di andare in pari su questi beni e di non perderci. Non ci vogliamo guadagnare. Chi ci vuole guadagnare, la prima cosa che fa è tagliare sulla manutenzione, ma tagliare sulla manutenzione della pulizia del fossato significa portare il bene al degrado nello spazio di qualche anno. Il comune non da in concessione l’immobile, può eventualmente affidare in gestione a partner affidabili i servizi aggiuntivi. Il governo della struttura e dei suoi programmi rimangono in capo all’ente.

Si potrebbe obiettare che però il privato può essere molto più celere, rispetto ai tempi di un’amministrazione, in determinati interventi.

Io sfido i sostenitori del modello privatistico di gestione ad indicarmi un solo modello di successo che riguarda un bene culturale gestito da privati. Io non ne ho visti in Calabria ed in Italia Meridionale.

Qual è il profitto che una comunità come la nostra potrebbe avere dalla concessione a privati di una struttura simile?

Che cosa è entrato, senza voler fare polemiche con chi che sia, dentro il circuito dell’economia campese dalla gestione di Poggio Pignatelli dal 2014 al 2019. Sfido chiunque a trovare un solo euro che sia entrato nel bilancio del Comune, un solo euro nelle casse dei negozianti di Campo Calabro, un solo euro che sia andato ai giovani di Campo. Parlo di euro guadagnati legittimamente, certificati e tracciati, non dei venti euro passati in nero a Tizio o a Caio perché pulisca un pezzo di terreno contiguo.

La prova è l’avviso per la selezione di un’associazione senza scopo di lucro per le attività di accoglienza fatta dal Mibac per la gestione della fortezza Le Castella di Isola Capo Rizzuto.

Il modello di gestione Mibac, con una serie di linee guida, dice chiaramente che la gestione del bene rimane al Comune che lo governa. Possono essere affidati a gruppi o anche a privati i servizi aggiuntivi. Non la strategia complessiva sul bene. Io non posso spendere come Comune, due milioni di euro, completare l’iter dei lavori e poi consegnarlo chiavi in mano ad un privato. Il quale alla prima difficoltà economica, non paga le bollette, ed io devo pagare gli avvocati per cacciarlo perché ha violato il contratto.

La gestione privatistica è fallita. Questo onere tocca al Comune. Ma a quest’ultimo non tocca l’onere di vendere i biglietti. Il Comune deve governare complessivamente, deve avere l’idea di cosa succede. Scegliere fra un amico di un amministratore che vende olio a Cardeto e al quale viene concessa con una carta improbabile una stanza per vendere olio e la presentazione dell’ultimo modello del Fiat. Il Comune deve essere in grado di dire: preferisco questo rispetto a quello.

Il Comune non è un ente che fa lavori pubblici, è un ente che governa il territorio e deve governare sui beni storici.

Chiaro è che l’esperienza ci dice che il sistema migliore di gestione per beni del genere sia quello di collaborazione tra amministrazione illuminata e privato all’altezza. I modelli per funzionare necessitano di persone capaci che li rendano funzionati.

Ma quali sono le prospettive di integrazione con le altre fortezze, sia quelle calabresi che quelle siciliane?

Anche qua credo che molto, non tutto, sia legato al modello di gestione. Faccio un esempio. L’Agenzia del Demanio, non ha mai concesso a titolo non oneroso un bene nella parte siciliana ai Comuni. Il Demanio se li tiene stretti e li affitta a canoni agevolati e già questa è una strategia diversa dalla nostra. Se questo comune parla di Forte Siacci e di Pignatelli parla di beni che sono i suoi e può decidere in relazione a quello che la legge gli permette. Lo stesso non si può dire per forte Masotto (sponda sicula ndr). Noi siamo in contatto con Enzo Caruso, assessore al Comune di Messina. C’è una vecchia idea di metterli in rete. Il problema è che anche qua manca una visione unitaria e sovraregionale. Un ottimo strumento considero la Conferenza permanente interregionale per il coordinamento delle politiche dell’Area dello Stretto. Un organismo sovraregionale che governi in termini culturali questa operazione. Che si faccia carico della messa in rete dei forti e nello stesso tempo dello sviluppo e dell’incentivazione di un circuito turistico che porti il messinese a vedere forte Masotto e poi a passare in Calabri. Avere un pullman che lo aspetti e lo porti a vedere il gemello dall’altra parte. Con a Forte Masotto il museo delle tecnologie militari mentre a forte Pignatelli il museo delle telecomunicazioni e ad Arghillà il museo delle uniformi. Manca questa strategia unitaria perché manca un organismo che la governi.

Che cosa significherebbe una campagna di comunicazione di alcune centinaia di migliaia di euro, fatta sulle fortificazioni dell’area dello Stretto piuttosto che i 20000 euro che il Comune ha impegnato su Siacci. Quali vantaggi porterebbe una sinergia? Rispetto a questo c’è un’esperienza interessante che è quella della Carta di Corfù che noi abbiamo sottoscritto come Comune di Campo Calabro. E’ una rete che faticosamente si sta cercando di mettere in piedi tra tutte le città del Mediterraneo che hanno un patrimonio fortificato. Il segreto è quello del coordinamento della strategia.

In conclusione, dal suo osservatorio, quali devono essere le prossime tappe che amministrazione e comunità devono realizzare per far divenire questo patrimonio reale volano economico?

Quando mi è stato chiesto di scrivere qualche rigo per la pagina di apertura, ho scritto che il sito non era solo dedicato al forte, al suo fascino ed alla sua bellezza, ma che ha anche tra i suoi principali compiti di raccontare quella che noi consideriamo una straordinaria impresa economica, amministrativa ed umana, non del Comune ma dell’intera comunità di Campo Calabro.

Perché per una piccola comunità come la nostra entrare in possesso di beni di tali dimensioni è una grande responsabilità e comporta l’utilizzo di competenze, di risorse umane ed economiche nelle quali è coinvolta l’intera comunità. Ecco dov’è fallita la strategia su Pignatelli. Benché generosamente sostenuto dall’azione di alcuni dei concessionari non è mai riuscito ad essere assorbito all’interno dell’identità culturale e non è mai stato considerato una risorsa identitaria dal Comune di Campo Calabro. La prima cosa che noi abbiamo fatto su Siacci è stata quella di consentire alla popolazione, partendo dagli abitanti della frazione limitrofa, di riappropriarsi di un bene che per anni gli era stato sottratto.

La più grande operazione, che io ritengo questa amministrazione abbia promosso in questa temperie, è quella di stringere una alleanza forte con la comunità circostante e di dire questo bene è il vostro, il portone lo apriamo assieme.

Quando il 18 giugno io ho aperto il portone subito dopo di me e prima delle altre autorità, sono entrati gli abitanti della frazione Matiniti che avevano ricevuto una lettera personale del sindaco che li invitava ad entrare per la prima volta in un pezzo della loro storia.

Se tu non senti il bene come tuo, appartenente alla tua identità culturale è come se lo avessero paracadutato e caduto la per caso. Pensi, il punto ristoro all’interno del forte è gestito da una associazione senza scopo di lucro che è composta per la maggior parte da abitanti della frazione Matiniti. I campi circostanti nell’ottica della condivisione dei beni comuni saranno gestiti sotto la forma amministrativa degli orti urbani dagli abitanti della frazione Matiniti. Sarà un’operazione che permetterà di tenere tutta la comunità dentro questo grande disegno. Un disegno che ha delle tappe amministrative.

Tra qualche settimana, noi sottoscriveremo la convenzione per l’utilizzo del primo milione di euro che ci è stato concesso da Regione Calabria. Con questa cifra ci ripromettiamo di fare una progettazione generale di tutti gli interventi da farsi a forte Siacci, Questo comporterà l’impegno di una cifra abbastanza importante.

Con il resto della cifra, mi dicono i tecnici, circa 600000 euro, riusciremo a rifunzionalizzare il livello zero, a mettere in sicurezza alcuni percorsi ed a rendere fruibili per eventi una serie di ambienti, l’allestimento del polo mostre e del polo museale e a predisporre per la sua definitiva destinazione alberghiera l’ala est del piano zero.

Per gli altri due piani, l’interrato e quello superiore, vanno previsti altri interventi che avranno almeno necessità di un altro milione e seicentomila euro. In questo tempo abbiamo fatto la scelta coraggiosa di tenerlo aperto. Abbiamo accettato una sfida. Queste operazioni possono essere viste sotto due prospettive. Quella dell’ordinario lavoro pubblico: firmi la convenzione, aspetti, fai i lavori, li consegni e fai tutto ciò che si può fare a lavori consegnati. L’altra prospettiva è chiamare tutta la comunità a reggere l’impegno di far entrare questo bene dentro la propria identità culturale e per questo il bene deve essere aperto, visibile e fruibile.

Le mie interviste

A Gerace per “Arte e Fede” con Giuseppe Mantella

Ad agosto ho ovuto il piacere di fare una chiacchierata con Giuseppe Mantella, vera anima del progetto “Arte e fede nella diocesi di Locri-Gerace”. Quest’idea che di anno in anno ha confermato standard elevatissimi è giunta alla sua quarta edizione ed è finanziata con il bando regionale PAC 2014-2020 AZ. 2 mostre d’arte.

“Arte e Fede”, come già detto, è ideato da Giuseppe Mantella e coordinato da Don Fabrizio Cotardo e Don Angelo Festa. Il progetto è promosso da Monsignor Francesco Oliva, Vescovo della diocesi locridea.
Tantissimi gli enti coinvolti come la Soprintendenza per i Beni Architettonici e Paesaggistici per le province di Cosenza, Catanzaro e Crotone e la Soprintendenza Archeologia, Belle Arti e Paesaggio per la Città Metropolitana di Reggio Calabria e la provincia di Vibo Valentia.

Con Giuseppe Mantella abbiamo fatto il punto della situazione alzando un po’ lo sguardo sulle prospettive future.

Così Mantella: “L’idea è quella di non far chiudere il cantiere, nel senso che Arte e Fede non deve fermarsi il dodici di agosto ma continuare fino a conclusione dei lavori. Gli anni scorsi il cantiere finiva e poi eravamo noi restauratori a completare i lavori. Quest’anno vogliamo che siano coloro i quali hanno lavorato durante l’estate, continuando gli accordi quadro con le diverse Università, a tornare ospiti del nostro Vescovo e con noi concludere queste operazioni. Quest’anno abbiamo preso in considerazione Fra Diego da Careri con la Madonna degli Angeli di Badolato. Vogliamo farlo conoscere attraverso questa macchina barocca e tra gennaio e febbraio organizzare una prima giornata di studi su Fra Diego da Careri ed esporre questa straordinaria opera. Fare in modo che il progetto possa continuare vuol dire anche che nel giro di due anni possa venire fuori una monografia di tutte le opere che lui ha realizzato in tutta Italia (…). E’ da tenere in considerazione una cosa importante, è un’opera che non è della Diocesi di Locri e Gerace, ma nello spirito di condivisione di quella che è la nostra terra ed i nostri artisti, non bisogna essere territoriali ma inclusivi.

Questo deve essere lo spirito; non siamo Diocesi di Locri Gerace, di Reggio Calabria o di Catanzaro ma siamo la Calabria che fa in modo che i figli della propria terra possano venire fuori. E’ questo lo spirito del progetto. Bisogna fare in modo che il prossimo anno possano nascere accanto ad Arte e Fede altre iniziative importanti dal punto di vista scientifico. Aprire la Cittadella di Gerace è l’obiettivo di Sua Eccellenza, fare in modo che possa diventare una sorta di centro culturale in cui si possa realizzare veramente questo sogno, fare in modo che la Calabria possa produrre cultura in un luogo storico come Gerace. La volontà c’è, i protagonisti ci sono, tutto quello che si sta facendo lo si fa come volontari a titolo gratuito ma in maniera estremamente professionale. Le risposte che abbiamo avuto dalle università
e dalle istituzioni sono straordinarie, abbiamo visto che c’è sete e fame di tutto questo e quindi non possiamo che continuare. Dopo la mostra su Fra Diego da Careri abbiamo previsto per l’inverno tutta una serie di attività didattiche per le scuole all’interno del museo e contemporaneamente fare in modo, attraverso le associazioni come il FAI o Legambiente, che questo luogo possa essere punto d’incontro per conferenze o qualsiasi altra iniziativa possa essere realizzata. Quindi non solo Arte e Fede ma a 360 gradi, non lavorare in maniera esclusiva ma fare in modo che tutti possano considerare questo luogo aperto per quelle che possono essere future iniziative. Arte e fede il prossimo anno continuerà con un nuovo progetto. Speriamo di riuscire ad avere i fondi dalla Regione Calabria, come lo scorso anno quando ci ha sostenuto per la mostra sui Santi Taumaturghi. Quest’anno vogliamo realizzare una mostra sul barocco in Calabria e quindi con i partner nazionali che abbiamo dobbiamo fare qualcosa di importante.”