Le mie interviste

La mia intervista con il sindaco Repaci su Forte Batteria Siacci

A Campo Calabro ho avuto il piacere di incontare il sindaco Alessandro Repaci e scambiare con lui qualche battuta su Forte Batteria Siacci, sul sitema dei forti umbertini di Campo e sulla prospettiva di sviluppo di questi importantissimi beni culturali.

Ho deciso di riportarvi integralmente le risposte perchè ritengo che da queste righe emerga la visione complessiva su Siacci, condita da numeri, che si offre alla vostra valutazione.

Sindaco il giorno dell’apertura di forte Siacci si è definito più fortunato dei suoi predecessori, perchè?

Fortunato perché ritengo che in tutte le vicende, anche amministrative, vada colta una “congiunzione astrale”. Le amministrazioni che mi hanno preceduto si sono occupate, con alterne vicende e con alterne fortune, del recupero e della valorizzazione dei forti.

Da sempre questo sistema fortificato ha esercitato un’attrattiva ed è stata un’aspirazione per gli amministratori da quando i forti sono stati dismessi. Ma non sempre le amministrazioni sono state fortunate. Non sempre i provvedimenti amministrativi, le disponibilità degli enti che ce li avevano in custodia o che avevano responsabilità vincolistiche sono state favorevoli.

Noi abbiamo un sistema di fortezze che è costituito da tre forti. Diciamo che gli amministratori negli ultimi trentanni, da quando i forti sono stati dismessi, hanno sempre coltivato l’aspirazione di utilizzarli come volano di sviluppo anche quando, al tempo non erano ancora, a differenza di oggi, tutelati come beni culturali.

Solo il Comune di Campo Calabro li ha sempre pensati come sistema unitario, ma a questa concezione generale dell’amministrazione comunale, ma anche della gente, non corrispondeva un’analoga considerazione da parte dello Stato. Erano semplicemente pezzi di muri, noiosi e fastidiosi che bisognava manutenere e quindi rappresentavano un peso.

Quindi c’era il Comune, che li considerava una risorsa seppur in un progetto abbastanza vago di valorizzazione, dall’altra lo Stato che li considerava pezzi di muri fastidiosi. Queste due visioni profondamente diverse non si sono mai incontrate. Quindi è stato il Comune con l’operazione di Poggio Pignatelli nel 2014, che ha per primo detto: vogliamo questo bene a titolo gratuito e ci impegniamo a valorizzarlo. Quindi è stata, come in una campagna militare, che noi abbiamo,e stiamo, espugnando i forti uno ad uno.

Abbiamo espugnato Pignatelli sul quale sono stati spesi circa 800000 euro per una sufficiente rifunzionalizzazione degli ambienti. Stiamo cercando di capire come possiamo spingere fino in fondo, l’ulteriore impegno, che è quello della realizzazione della strada d’ingresso.

Quest’ultima ha avuto delle vicende tormentate ma siamo in grado di dire che entro la fine dell’anno a Poggio Pignatelli saranno spesi altri 700000 euro, come previsti dai Patti per il Sud e questo per completerà l’opera di rifunzionalizzazione su Pignatelli.

Poi abbiamo espugnato Siacci con un blitzkrieg, un’operazione velocissima.

In 26 mesi questo posto, che era inaccessibile, coperto dai rovi ad oggi (28 settembre) dal 18 di giugno ha registrato 1100 visitatori. Abbiamo realizzato dei percorsi che possono essere visitati in condizione di sicurezza. Abbiamo alcuni dipendenti comunali ed un gruppo di volontari che stanno lavorando per tenere aperto il forte. Abbiamo una mostra che verrà soprattutto utilizzata per le scuole, ed abbiamo avviato una campagna di comunicazione.

In ultimo, sull’ex deposito munizione Matiniti Inferiore, in ragione di quella visione statale di vedere quest’ immobili senza un’idea unitaria neppure catastalmente. Loro non capivano (lo Stato centrale ndr), che questi fogli erano realizzati secondo un disegno strategico steso nel 1800 e ciascuno li considerava dei pezzi.

Matiniti Inferiore fu imprudentemente cartolarizzato dal governo Berlusconi ed è finito nelle fauci di una immobiliare, sia pur partecipata dallo Stato, che si chiama Cassa depositi e prestiti immobiliare. La quale, ha avuto il coraggio civile di metterlo in vendita. Fino a quando il comune, con una lettera, non ha fatto scattare il vincolo sul bene ed ha rappresentato in maniera garbata ma ferma che questo bene appartiene all’eredità storica, culturale ed identitaria del Comune di Campo Calabro e che noi non ce lo lasceremo sfuggire e su di esso abbiamo messo un’ipoteca culturale e storica che faremo valere in ogni momento e a qualsiasi costo.

Ad oggi cosa dobbiamo intendere con il termine valorizzazione per il forte? Anche in termini comunicativi, visto che spesso si avvian campagne di comunicazione che partono e nel breve termine si interrompono facendo percepire ai potenziali fruitori che le attività di gestione si sono interrotte. Ad oggi qual è la vostra idea di valorizzazione per i forti?

Oggi non parliamo più di idee ma di atto amministrativo. Affinché Mibac desse parere positivo all’acquisto del bene, ci siamo dovuti impegnare formalmente in un programma di valorizzazione. Un programma molto corposo, che è stato approvato dal consiglio comunale e comprende una serie di

azioni in un cronoprogramma preciso. Questo programma è l’appendice all’accordo di valorizzazione che noi abbiamo sottoscritto. Lo Stato non da questi beni a scatola chiusa, ma si accerta che l’ente che li vuole acquisire sia in condizioni, strutturali e finanziarie, adatte a reggere questa sfida. Per questo richiede una serie di garanzie che sono rappresentate per tabulas in questo documento.

Il programma di valorizzazione di Forte Siacci parte dalla sua importanza all’interno delle fortificazioni umbertine, dal suo punto geografico che offre panorami mozzafiato e dalle sue caratteristiche costruttive che sono già meritevoli di una visita. Se si accede al forte e si seguono i due percorsi, ce ne sarebbero altri otto in teoria, si impegnano quaranta minuti.

Stiamo parlando non più di un turista ma di un viaggiatore. Di una persona che entra non solo in un luogo, ma nella sua dimensione storica e culturale. Noi vorremmo che si potessero sviluppare all’interno del forte almeno tre attività. Gli ambienti verranno rifunzionalizzati e dedicati in parte ad un polo museale permanente, per il quale siamo già in contatto con collezionisti non solo calabresi. Puntiamo alla realizzazione di un’esposizione museale a carattere militare di cui una sezione, piccola, sia dedicata a forte batteria Siacci.

In una seconda parte, una serie di ambienti collegati, dedicata alla presentazione di eventi.

Una terza parte invece sarà rifunzionalizzata nel rispetto della sua funzione originaria. Tutte le stanze degli ufficiali verranno trasformate in un ostello.

Quindi si utilizzerà questo layout dell’ospitalità sostenibile e giovanile europea per consentire la permanenza all’interno della struttura.

Poi abbiamo una serie di idee che riguardano gli ampi spazi esterni, che hanno la caratteristica di essere sgombri da ogni manufatto, grazie ai vincoli militari.

La creazione di una struttura che accoglie i visitatori, ne fa soggiornare una parte, rappresenta l’idea culturale di un percorso della memoria attraverso le esposizioni museali, mette a disposizione della cultura e dell’imprenditoria degli spazi di prestigio per eventi. Tenga conto che sarà possibile celebrare matrimoni civili perché una parte del forte verrà dichiarato ufficio dello stato civile. Questo fa scoccare la scintilla della creazione di una microeconomia inevitabile.

Nello stesso tempo fa entrare questo bene in un circuito che ha la necessità di servizi aggiuntivi, bar, area di merchandising,biglietteria.

Un grande bene culturale, che è gestito secondo criteri moderni ,nel rispetto della sua vocazione storica, e soprattutto gestito all’interno di un disegno che vuole portare all’interno del tessuto economico del territorio ricchezze, mettendo in competizione Siacci con le grandi strutture militari e difensive europee.

Ovviamente da soli non riusciamo a fare niente, abbiamo bisogno che la Città Metropolitana, smetta di considerare la provinciale Campo Calabro / Matiniti come via accessoria e la consideri come via principale di accesso al sistema delle fortezze. Abbiamo bisogno che il comune di Campo, nella parte amministrativa, della quale io ho la responsabilità, presti maggiore attenzione a quella frazione.

L’ acquisizione a titolo non oneroso di questo bene scatena una serie di azioni positive. La verità è che queste azioni vanno governate dal punto di vista della successione cronologica e dal punto di vista dell’estrema attenzione dei soggetti con i quali ci mettiamo in relazione per questa cosa.

Aggiungo che non è irrilevante all’interno del programma di valorizzazione il modello di gestione. Lo abbiamo presentato alla luce di quelle che sono state le precedenti esperienze non solo in Calabria ma anche a Campo Calabro.

Non siamo soddisfatti del modello di gestione che è stato indicato nel programma di valorizzazione e poi realizzato a Poggio Pignatelli.

Beni di questo genere e di queste dimensioni non possono essere dati in concessione a privati. La gestione di un bene così importante ha dei costi che difficilmente un’associazione, o comunque un privato, può sostenere. Se si fulmina una lampadina o un faro il comune in 24 ore la ripara, Il privato, l’associazione sia pure generosa, prima deve trovare i soldi. Noi partiamo dal concetto che ci accontentiamo di andare in pari su questi beni e di non perderci. Non ci vogliamo guadagnare. Chi ci vuole guadagnare, la prima cosa che fa è tagliare sulla manutenzione, ma tagliare sulla manutenzione della pulizia del fossato significa portare il bene al degrado nello spazio di qualche anno. Il comune non da in concessione l’immobile, può eventualmente affidare in gestione a partner affidabili i servizi aggiuntivi. Il governo della struttura e dei suoi programmi rimangono in capo all’ente.

Si potrebbe obiettare che però il privato può essere molto più celere, rispetto ai tempi di un’amministrazione, in determinati interventi.

Io sfido i sostenitori del modello privatistico di gestione ad indicarmi un solo modello di successo che riguarda un bene culturale gestito da privati. Io non ne ho visti in Calabria ed in Italia Meridionale.

Qual è il profitto che una comunità come la nostra potrebbe avere dalla concessione a privati di una struttura simile?

Che cosa è entrato, senza voler fare polemiche con chi che sia, dentro il circuito dell’economia campese dalla gestione di Poggio Pignatelli dal 2014 al 2019. Sfido chiunque a trovare un solo euro che sia entrato nel bilancio del Comune, un solo euro nelle casse dei negozianti di Campo Calabro, un solo euro che sia andato ai giovani di Campo. Parlo di euro guadagnati legittimamente, certificati e tracciati, non dei venti euro passati in nero a Tizio o a Caio perché pulisca un pezzo di terreno contiguo.

La prova è l’avviso per la selezione di un’associazione senza scopo di lucro per le attività di accoglienza fatta dal Mibac per la gestione della fortezza Le Castella di Isola Capo Rizzuto.

Il modello di gestione Mibac, con una serie di linee guida, dice chiaramente che la gestione del bene rimane al Comune che lo governa. Possono essere affidati a gruppi o anche a privati i servizi aggiuntivi. Non la strategia complessiva sul bene. Io non posso spendere come Comune, due milioni di euro, completare l’iter dei lavori e poi consegnarlo chiavi in mano ad un privato. Il quale alla prima difficoltà economica, non paga le bollette, ed io devo pagare gli avvocati per cacciarlo perché ha violato il contratto.

La gestione privatistica è fallita. Questo onere tocca al Comune. Ma a quest’ultimo non tocca l’onere di vendere i biglietti. Il Comune deve governare complessivamente, deve avere l’idea di cosa succede. Scegliere fra un amico di un amministratore che vende olio a Cardeto e al quale viene concessa con una carta improbabile una stanza per vendere olio e la presentazione dell’ultimo modello del Fiat. Il Comune deve essere in grado di dire: preferisco questo rispetto a quello.

Il Comune non è un ente che fa lavori pubblici, è un ente che governa il territorio e deve governare sui beni storici.

Chiaro è che l’esperienza ci dice che il sistema migliore di gestione per beni del genere sia quello di collaborazione tra amministrazione illuminata e privato all’altezza. I modelli per funzionare necessitano di persone capaci che li rendano funzionati.

Ma quali sono le prospettive di integrazione con le altre fortezze, sia quelle calabresi che quelle siciliane?

Anche qua credo che molto, non tutto, sia legato al modello di gestione. Faccio un esempio. L’Agenzia del Demanio, non ha mai concesso a titolo non oneroso un bene nella parte siciliana ai Comuni. Il Demanio se li tiene stretti e li affitta a canoni agevolati e già questa è una strategia diversa dalla nostra. Se questo comune parla di Forte Siacci e di Pignatelli parla di beni che sono i suoi e può decidere in relazione a quello che la legge gli permette. Lo stesso non si può dire per forte Masotto (sponda sicula ndr). Noi siamo in contatto con Enzo Caruso, assessore al Comune di Messina. C’è una vecchia idea di metterli in rete. Il problema è che anche qua manca una visione unitaria e sovraregionale. Un ottimo strumento considero la Conferenza permanente interregionale per il coordinamento delle politiche dell’Area dello Stretto. Un organismo sovraregionale che governi in termini culturali questa operazione. Che si faccia carico della messa in rete dei forti e nello stesso tempo dello sviluppo e dell’incentivazione di un circuito turistico che porti il messinese a vedere forte Masotto e poi a passare in Calabri. Avere un pullman che lo aspetti e lo porti a vedere il gemello dall’altra parte. Con a Forte Masotto il museo delle tecnologie militari mentre a forte Pignatelli il museo delle telecomunicazioni e ad Arghillà il museo delle uniformi. Manca questa strategia unitaria perché manca un organismo che la governi.

Che cosa significherebbe una campagna di comunicazione di alcune centinaia di migliaia di euro, fatta sulle fortificazioni dell’area dello Stretto piuttosto che i 20000 euro che il Comune ha impegnato su Siacci. Quali vantaggi porterebbe una sinergia? Rispetto a questo c’è un’esperienza interessante che è quella della Carta di Corfù che noi abbiamo sottoscritto come Comune di Campo Calabro. E’ una rete che faticosamente si sta cercando di mettere in piedi tra tutte le città del Mediterraneo che hanno un patrimonio fortificato. Il segreto è quello del coordinamento della strategia.

In conclusione, dal suo osservatorio, quali devono essere le prossime tappe che amministrazione e comunità devono realizzare per far divenire questo patrimonio reale volano economico?

Quando mi è stato chiesto di scrivere qualche rigo per la pagina di apertura, ho scritto che il sito non era solo dedicato al forte, al suo fascino ed alla sua bellezza, ma che ha anche tra i suoi principali compiti di raccontare quella che noi consideriamo una straordinaria impresa economica, amministrativa ed umana, non del Comune ma dell’intera comunità di Campo Calabro.

Perché per una piccola comunità come la nostra entrare in possesso di beni di tali dimensioni è una grande responsabilità e comporta l’utilizzo di competenze, di risorse umane ed economiche nelle quali è coinvolta l’intera comunità. Ecco dov’è fallita la strategia su Pignatelli. Benché generosamente sostenuto dall’azione di alcuni dei concessionari non è mai riuscito ad essere assorbito all’interno dell’identità culturale e non è mai stato considerato una risorsa identitaria dal Comune di Campo Calabro. La prima cosa che noi abbiamo fatto su Siacci è stata quella di consentire alla popolazione, partendo dagli abitanti della frazione limitrofa, di riappropriarsi di un bene che per anni gli era stato sottratto.

La più grande operazione, che io ritengo questa amministrazione abbia promosso in questa temperie, è quella di stringere una alleanza forte con la comunità circostante e di dire questo bene è il vostro, il portone lo apriamo assieme.

Quando il 18 giugno io ho aperto il portone subito dopo di me e prima delle altre autorità, sono entrati gli abitanti della frazione Matiniti che avevano ricevuto una lettera personale del sindaco che li invitava ad entrare per la prima volta in un pezzo della loro storia.

Se tu non senti il bene come tuo, appartenente alla tua identità culturale è come se lo avessero paracadutato e caduto la per caso. Pensi, il punto ristoro all’interno del forte è gestito da una associazione senza scopo di lucro che è composta per la maggior parte da abitanti della frazione Matiniti. I campi circostanti nell’ottica della condivisione dei beni comuni saranno gestiti sotto la forma amministrativa degli orti urbani dagli abitanti della frazione Matiniti. Sarà un’operazione che permetterà di tenere tutta la comunità dentro questo grande disegno. Un disegno che ha delle tappe amministrative.

Tra qualche settimana, noi sottoscriveremo la convenzione per l’utilizzo del primo milione di euro che ci è stato concesso da Regione Calabria. Con questa cifra ci ripromettiamo di fare una progettazione generale di tutti gli interventi da farsi a forte Siacci, Questo comporterà l’impegno di una cifra abbastanza importante.

Con il resto della cifra, mi dicono i tecnici, circa 600000 euro, riusciremo a rifunzionalizzare il livello zero, a mettere in sicurezza alcuni percorsi ed a rendere fruibili per eventi una serie di ambienti, l’allestimento del polo mostre e del polo museale e a predisporre per la sua definitiva destinazione alberghiera l’ala est del piano zero.

Per gli altri due piani, l’interrato e quello superiore, vanno previsti altri interventi che avranno almeno necessità di un altro milione e seicentomila euro. In questo tempo abbiamo fatto la scelta coraggiosa di tenerlo aperto. Abbiamo accettato una sfida. Queste operazioni possono essere viste sotto due prospettive. Quella dell’ordinario lavoro pubblico: firmi la convenzione, aspetti, fai i lavori, li consegni e fai tutto ciò che si può fare a lavori consegnati. L’altra prospettiva è chiamare tutta la comunità a reggere l’impegno di far entrare questo bene dentro la propria identità culturale e per questo il bene deve essere aperto, visibile e fruibile.

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Le mie interviste

A Gerace per “Arte e Fede” con Giuseppe Mantella

Ad agosto ho ovuto il piacere di fare una chiacchierata con Giuseppe Mantella, vera anima del progetto “Arte e fede nella diocesi di Locri-Gerace”. Quest’idea che di anno in anno ha confermato standard elevatissimi è giunta alla sua quarta edizione ed è finanziata con il bando regionale PAC 2014-2020 AZ. 2 mostre d’arte.

“Arte e Fede”, come già detto, è ideato da Giuseppe Mantella e coordinato da Don Fabrizio Cotardo e Don Angelo Festa. Il progetto è promosso da Monsignor Francesco Oliva, Vescovo della diocesi locridea.
Tantissimi gli enti coinvolti come la Soprintendenza per i Beni Architettonici e Paesaggistici per le province di Cosenza, Catanzaro e Crotone e la Soprintendenza Archeologia, Belle Arti e Paesaggio per la Città Metropolitana di Reggio Calabria e la provincia di Vibo Valentia.

Con Giuseppe Mantella abbiamo fatto il punto della situazione alzando un po’ lo sguardo sulle prospettive future.

Così Mantella: “L’idea è quella di non far chiudere il cantiere, nel senso che Arte e Fede non deve fermarsi il dodici di agosto ma continuare fino a conclusione dei lavori. Gli anni scorsi il cantiere finiva e poi eravamo noi restauratori a completare i lavori. Quest’anno vogliamo che siano coloro i quali hanno lavorato durante l’estate, continuando gli accordi quadro con le diverse Università, a tornare ospiti del nostro Vescovo e con noi concludere queste operazioni. Quest’anno abbiamo preso in considerazione Fra Diego da Careri con la Madonna degli Angeli di Badolato. Vogliamo farlo conoscere attraverso questa macchina barocca e tra gennaio e febbraio organizzare una prima giornata di studi su Fra Diego da Careri ed esporre questa straordinaria opera. Fare in modo che il progetto possa continuare vuol dire anche che nel giro di due anni possa venire fuori una monografia di tutte le opere che lui ha realizzato in tutta Italia (…). E’ da tenere in considerazione una cosa importante, è un’opera che non è della Diocesi di Locri e Gerace, ma nello spirito di condivisione di quella che è la nostra terra ed i nostri artisti, non bisogna essere territoriali ma inclusivi.

Questo deve essere lo spirito; non siamo Diocesi di Locri Gerace, di Reggio Calabria o di Catanzaro ma siamo la Calabria che fa in modo che i figli della propria terra possano venire fuori. E’ questo lo spirito del progetto. Bisogna fare in modo che il prossimo anno possano nascere accanto ad Arte e Fede altre iniziative importanti dal punto di vista scientifico. Aprire la Cittadella di Gerace è l’obiettivo di Sua Eccellenza, fare in modo che possa diventare una sorta di centro culturale in cui si possa realizzare veramente questo sogno, fare in modo che la Calabria possa produrre cultura in un luogo storico come Gerace. La volontà c’è, i protagonisti ci sono, tutto quello che si sta facendo lo si fa come volontari a titolo gratuito ma in maniera estremamente professionale. Le risposte che abbiamo avuto dalle università
e dalle istituzioni sono straordinarie, abbiamo visto che c’è sete e fame di tutto questo e quindi non possiamo che continuare. Dopo la mostra su Fra Diego da Careri abbiamo previsto per l’inverno tutta una serie di attività didattiche per le scuole all’interno del museo e contemporaneamente fare in modo, attraverso le associazioni come il FAI o Legambiente, che questo luogo possa essere punto d’incontro per conferenze o qualsiasi altra iniziativa possa essere realizzata. Quindi non solo Arte e Fede ma a 360 gradi, non lavorare in maniera esclusiva ma fare in modo che tutti possano considerare questo luogo aperto per quelle che possono essere future iniziative. Arte e fede il prossimo anno continuerà con un nuovo progetto. Speriamo di riuscire ad avere i fondi dalla Regione Calabria, come lo scorso anno quando ci ha sostenuto per la mostra sui Santi Taumaturghi. Quest’anno vogliamo realizzare una mostra sul barocco in Calabria e quindi con i partner nazionali che abbiamo dobbiamo fare qualcosa di importante.”

Pillole di storia

La storia “I festa Maronna”, la festa di Reggio Calabria

Troppo spesso questo lembo estremo della penisola Italiana, Reggio, manifesta la sindrome della memoria del criceto, il che non permette ai suoi abitanti di vivere a pieno il significato anche dei propri riti collettivi. Ad esempio, la storia dei Cappuccini all’Eremo è una storia molto antica e da sempre collegata alla venerazione dell’effige della Madonna della Consolazione.

I Cappuccini arrivarono sull’altura alle spalle della città (l’Eremo appunto) nel 1533 trasferendosi dalla Valletuccio, invitati dall’arcivescovo del tempo Girolamo Centelles, e si insediarono su di un terreno che venne donato da un nobile, tale Giovan Bernardo Mileto.

Nel fondo, in cui i Cappuccini fecero sorgere la loro comunità, insisteva una cappella, con una riproduzione della Madonna della Consolazione di piccole dimensioni.

Nel 1547 per la costruzione di una chiesa, che rispondesse alle mutate esigenze di un culto che si rafforzava, al quale seguì inevitabilmente la crescita della comunità dei Cappuccini, il nobile Camillo Diano commissionò  al pittore Nicolò Andrea Capriolo una nuova raffigurazione della Vergine.

La nuova opera, quella a noi pervenuta, si arricchisce di due figure oltre alla Madonna con Bambino, si sommarono infatti San Francesco e Sant’Antonio, nei quali si ipotizza che l’artista abbia rappresentato i due nobili benefattori, Diano e Mileto.

Lo stretto legame però tra la cittadinanza reggina e la sua Patrona inizia nel decennio che va dal 1567 al 1577.
Sono proprio i Cappuccini ad occuparsi degli appestati ed è proprio ad un frate, Antonio Tripodi, che si trovava in preghiera davanti al quadro, che la Vergine preannunciò la fine della pestilenza.

Successivamente verrà avvertito il governatore, e si disporrà una processione popolare verso l’Eremo.

Nelle successive pestilenze del 1636 e 1656 il legame con l’Avvocata del popolo reggino crebbe e si consolidò ulteriormente.

Il rapporto tra la Madre della Consolazione ed i reggini si fortificò successivamente in occasione anche di altri eventi calamitosi come carestie o eventi tellurici. Nel terremoto del 1693 in occasione il quadro raffigurante la Vergine venne spostato al Duomo e le celebrazioni Mariane vennero organizzate non più nel mese di novembre ma bensì a settembre.

Il filo rosso tra Maria ed il suo popolo percorre a tappe costanti la travagliata storia della città dello Stretto anche in epoca moderna, come nel caso dei devastanti terremoti del 1783 (che causò l’allontamento dei Cappuccini dall’Eremo, dove fecero ritorno nel 1801) e del 1908.

Infine due date che costituiscono un po’ i prodromi della festa come noi oggi la conosciamo, cioè il 1819 quando Mons. Tommasini dispose che la festa assumesse carattere diocesano ed infine il 1896, data nella quale il Sindaco del tempo ed il Card. Portanova disposero che la sede Vescovile avrebbe provveduto all’organizzazione della festività annuale con una preparazione di sette sabati da celebrarsi all’Eremo, mentre l’amministrazione si assunse l’impegno della realizzazione di celebrazioni civili.

Quel legame, che ancora oggi si avverte, resta uno dei pochi barlumi di unità, in una città perennemente divisa, che in occasione delle feste settembrine riesce a trovare momenti di convivenza, anche se spesso traumatica e troppo spesso solo folklorica.

Riuscire a riabbracciare quello che siamo stati, conoscerlo, permette di individuare tratti comuni ed anche diversi ovviamente, che non necessariamente sfociano nel sacro, ma che inevitabilmente ci parlano di noi, di quei bagliori di storia comune che deve far di Reggio una comunità.

Viaggio in Calabria

Le emozioni della festa a Gallicianò

Gallicianò è un posto che nel tempo ho imparato ad amare. Un luogo per certi versi ruvido, asciutto, ricco di costratti stridenti e per questo così autentico e straordinario.

Nonostante con orgoglio possa sentirmi a casa li, non avevo mai assistito alla festa del Santo Patrono, durante la quale la statua in gesso, da poco restaurata, sfila per le strette vie del borgo fino a raggiungere il belvedere del Calvario per poi fare ritorno nella chiesa principale del paese.

La prima cosa che colpisce arrivando a Gallicianò, dopo aver percorso i tornanti che dalla fiumara risalgono il crinale, è l’assenza del silenzio che in genere rende quasi ovattato il trascorrere del tempo all’interno dell’acropoli dei greci della Bovesia.

Nei giorni della festa le voci invece tornano ad animare queste contrade, come le urla dei più piccoli che si riprendono gli spazi che per generazioni sono stati dei loro padri.

Ma nonostante il tempo venga scandido diversamente e con un ritmo che sembra più lento, è già tempo di inizare e dopo i primi spari San Giovanni Battista scende le scale che separano la chiesa principale di Gallicianò da Piazza Alimos per poi procedere per tutto Catuchorìo.

La statua, deviando all’altezza del piccolo museo etnografico raggiunge il luogo dove un tempo insisteva la chiesa di San Leonardo. I portatori compiono tre giri in senso orario e tre in senso antiorario, un tempo accompagnati da musiche popolari, oggi da musiche sacre.

Mentre ormai le ombre si allungano perchè il giorno cede il passo alla sera, il Santo adesso portato a spalla dalle donne del borgo raggiunge il Calvario, prima di riabbracciare il paese per proteggerlo ancora.

Il popolo di Gallicianò, che celebra il suo Santo ad agosto, in occasione del martirio e non a giugno, quando invece se ne ricorda la nascita, lega anche quest’aspetto alla vita di queste contrade aspromontane.

Un tempo qui, dal mese di giugno, si era impegnati nelle attività di mietitura ed ecco spiegato perchè la festa si svolge ad agosto e perchè ancora oggi si usa lanciare chicchi di grano al passaggio del Santo in processione e lasciare sempre qualche spiga vicino alla statua durante l’anno.

Ormai però è sera e la statua del Santo dopo aver regalato le ultime emozioni ruotando nuovamente nel sagrato, sulle spalle degli emozionatissimi portatori, con canti vibranti torna nella chiesa simbolo del borgo.

viaggio in Italia

Tindari ed i suoi tesori nascosti

Spesso parlando di Tindari si limita la conversazione all’importantissimo santuario mariano, ma la storia di questo luogo, e le tracce dell’antica città, sanno stupire forse più del meraviglioso affaccio sul tirreno dal quale è possibile godere di un curioso ricciolo di sabbia che si protende verso il mare.

Le tracce di Tyndaris iniziano ad incuriosire il visitatore già dall’arrivo al borgo dove, un po’ sparse sulla statale, è possibile scorgere i resti delle mura dell’antica città.

L’ingresso al parco archeologico vero e proprio lo si incontra procedendo poco oltre la piazza belvedere prospicente al santuario. In biglietteria è possibile acquistare anche un ticket unico con il quale visitare il parco archeologico e la poco distante villa romana di Patti (piccola nota: se avete bisogno di guide cartacee o di altro oggetto che facilita la visita provvedete prima, perchè al momento il sito non dispone di un bookshop).

L’antica Tyndaris venne fondata dal tiranno siracusano Dionisio I all’inizio del IV sec. a. C. con l’obiettivo di insediarci alcuni suoi mercenari Messeni e garantirsi così il controllo su un territorio molto vasto compreso nell’attuale golfo di Patti.

La città costruita in altura su un pianoro leggermente declinate verso il mare prende il nome da Tindaro, re di Sparta, e padre naturale e putativo dei due Dioscuri (a Polluce viene sempre attribuita la paternità di Zeus mentre Castore in alcune versioni viene considerato figlio naturale del re di Sparta e di Leda) ed ebbe una importantissima continuità di utilizzo anche con l’arrivo dei romani sull’isola.

Tyndaris da base dei Cartaginesi si consegnò alla repubblica romana volontariamente e questo le permise di divenire Civitas Decumana conservando una certa autonomia.

Nella fase ultima della repubblica Tindari, come del resto l’intera Sicilia, era in mano di Sesto Pompeo, che la utilizzò come sua base per le operazioni che lo vedevano contrapposto alle forze di Ottaviano che si avviava a divenire Augusto.

La visita al parco archeologico oggi è anticipata dall’ingresso al piccolo antiquarium nel quale, oltre ad altri interessantissimi reperti ( per me, reggino, è stato emozionante trovare una monenta di Reggio del III sec. a.C) viene conservata proprio una testa monumentale di Augusto. Proprio quest’ultimo nella riorganizzazione dei territori caduti sotto al suo controllo ribattezzo la città come Colonia Augusta Tyndaritanorum.

Oggi il sito premette di leggere l’antica città con i suoi assi viari perfettamente allineati con un decumano centrale e perpendicolarmente i cardi a formare degli isolati perfettamente ad angolo retto.

Incrocio tra il decumano principale ed un cardo che scende verso la parte bassa della città

L’intera area archeologica non è stata tutta attenzionata da scavi ma quelli realizzati hanno permesso di mettere in luce, oltre agli assi viari di cui si diceva, anche importanti edifici pubblici come il basamento di un’area sacra prospicente al decumano principale, la basilica nelle vicinanze di uno degli ingressi della città ed il panoramicissimo teatro.

Degno di nota è l‘insula quattro (un intero isolato restituito alla luce del sole ed agli occhi dei moderni) che su tre terrazzamenti si sviluppa dal decumano principale verso la basilica con botteghe, magazzini, due domus e le terme pubbliche.

Molto suggestivi i mosaici presenti nell’edificio termale che già stupiscono nei due apodyterium (spogliatori) presentando una Triskeles ed in quello di desta un toro e due Pilei con astri, tipici simboli dei Dioscuri, per poi continuare con scene di lotta, Bacco e ambientazioni marine.

Altri suggestivi mosaici, questa volta a figure geometriche, sono presenti in una domus che si affaccia sul decumano principale all’altezza dell’area sacra in prossimità di un altro ingresso in città monumentalizzato con propileo.

Di questa antica città manca al momento l’individuazione di una estesa presenza di edifici templari e non sono pochi gli studiosi che ipotizzano che la verà agorà della città si trovasse nell’altura che oggi ospita il santuario mariano. Ancora una volta il moderno raccoglie a piene mani in tema di divinità dall’antico.

Che dire? Non vi resta che andare a godervi questo importante centro siciliano e se vi posso dare un consiglio vi suggerirei alla fine della visita del parco di gustare una granita ai gelsi rossi… Io l’ho fatto e dopo per magia ho iniziato a parlare siciliano.

Viaggio in Calabria

Al Museo di Reggio la mostra su Paolo Orsi

Le due poleis di Reggio e di Siracusa in antico hanno spesso incrociato i fili delle proprie storie e talvolta anche in modo burrascoso. Basti pensare all’assedio di undici mesi del tiranno siracusano Dionisio I o alla rifondazione di Reggio con il nome di Febea ad opera del figlio Dionisio II.

Oggi però i due centri, ed in particolar modo le istituzioni museali, il MArRC per la sponda calabra ed il Paolo Orsi di Siracusa, dialogano per porre in essere una mostra che accende dei meritatissimi riflettori su una figura fondamentale per la conoscenza del passato in Magna Grecia ed in Trinacria.

La mostra “Paolo Orsi, alle origini dell’ archeologia in Calabria e Sicilia” è una narrazione dell’incredibile vita del roveretano, curata dai due direttori Carmelo Malacrino e Maria Musumeci, che prende le mosse da una presentazione di questa incredibile figura di studioso per poi accompagnare il visitatore in altre quattro sezioni a tema:

  • Alla ricerca delle origini, la preistoria e la protostoria
  • Dall’eta arcaica all’ellenismo, l’archeologia delle città greche
  • La grandezza dell’Impero, la Calabria e la Sicilia in età romana
  • La luce sul medioevo, bizantini, arabi e normanni

Il percorso espositivo che prende le mosse da due capolavori assoluti ritrovati da Paolo Orsi, la Gorgone in corsa ed il celebre Cavaliere di Marafioti, permette il racconto delle varie attività poste in essere dallo studioso, dalla ricerca attenta sulle fonti per poi passare alla “verifica” sul campo, all’analisi stratigrafica dei siti, ma anche il costante impegno nella tutela dei reperti e all’affermazione del principio di legalità contrastando i commercianti di opere antiche e permettendo l’acquisto di numerosi reperti al patrimonio dello Stato.

La mostra racconta anche la storia umana di Paolo Orsi che nato in territorio non ancora italiano a Rovereto (il Trentino nel 1859 era ancora austriaco) arrivò in terra siciliana nel 1888 dopo aver vinto un concorso ad Ispettore di 3′ classe degli scavi, musei e gallerie del Regno. Da li partirà una vera e propria rivoluzione negli studi dell’antichità tra Sicilia e Magna Grecia che a fatica viene contenuta in questa riproduzione grafica che elenca i luoghi del grande archeologo.

Tanti i pezzi estremamente interessanti provenienti dal museo di Siracusa, oltre alla già citata Gorgone, numerosi i reperti individuati in sepolture o nelle città greche siciliane.

Altro punto di forza della mostra sono i reperti che provengono direttamente dai ricchissimi depositi del museo reggino (restaurati adesso fanno bella mostra di se), come i marmi di epoca romana e soprattutto i reperti di XII sec. d.C. provenienti da Santa Maria di Terreti.

Proprio nell’ultima sala espositiva dedicata al c.d. Medioevo, che permette uno dei rarissimi casi di presa di coscienza diretta con un periodo storico spesso trascurato ma che fu fondamentale per Reggio e la Calabria, un altro passaggio sull’Orsi uomo nella fase finale del suo rapporto con queste terre che viene reso dal racconto di Paolo Enrico Arias (altra figura di primo piano per gli studi antichistici):

“(…)Egli partì definitivamente da Siracusa nel mese di maggio del 1935(…)Eravamo alla stazione marittima della città(…); lo aspettavamo sotto la pensilina davanti al vagone-letto per Roma che egli guardòcon un’espressione di profonda antipatia e mestizia. Avanzava a passi lenti, con il bastone e le pantofole grandi in cui i piedi che avevano tanto camminato su e giù per il Trentino e per la Sicilia e la Calabria non riuscivano quasi a stare più. Lo reggeva l’inseparabile restauratore Giuseppe D’Amico, compagno delle sue esplorazioni dovunque(…) Il grande vecchio si fermò a contemplare tutti noi;(…) durante tutto il viaggio era rimasto vicino al finestrino a mormorare i nomi a lui ben noti di tutti i paesini che si vedevano dal treno (…) E ripeteva: non li vedò più.

La mostra rimarrà attiva al museo reggino fino all’otto di settembre, mantenendo saldo nel nome di Paolo Orsi, il legame tra Sicilia e Magna Grecia per tutta la stagione estiva. Con buona pace di Dionisio I, oggi queste due città riprendono un dialogo “mediterraneo” che non può che far bene ad entrambe.

Le mie interviste

Ad Archeoderi con Marilena Avenoso tra criticità e prospettive

Criticità e prospettive del Parco Archeoderi di Bova Marina sono stati i temi della conversazione con Marilena Avenoso, giovane operatrice culturale, specializzata in organizzazione e gestione del patrimonio culturale ed ambientale.

Marilena riesci a spiegarci cosa significa per te il Parco Archeologico Archeoderi?

Per me Archeoderi significa “Rinascita”. Quando nell’ormai lontano 2015 mi accingevo a scrivere la mia tesi di laurea magistrale, ho puntato e scommesso il tutto e per tutto sul Parco Archeologico, il cui potenziale, a mio avviso, è veramente immenso. Purtroppo però, e mi duole dirlo, il suddetto Parco è uno dei tanti “gioielli culturali” dimenticati e abbandonati. Per molto tempo il Parco in questione è stato gestito in maniera inadeguata, tanto che neanche le persone che vivevano nelle sue vicinanze conoscevano le meraviglie storico-artistiche che venivano custodire al suo interno.
Ecco perché per me Archeoderi significa “rinascita”. È solo grazie alla conoscenza di ciò che siamo stati che si potrà divenire portavoce delle nostre tradizioni,origini e culture, diventando noi stessi fautori della conoscenza del nostro patrimonio culturale

Qual è la visione di promozione e rilancio che già avevi inserito nella tua tesi di laurea? la reputi ancora attuale?

La mia visione di promozione e rilancio riguardava la social innovation applicata all’ambito dei beni culturali. In tempi recenti, e gli esempi da fare sarebbero davvero tanti, si assiste sempre più ad una sorta di spinta propulsiva da parte dei cittadini che creano “rete” per “riappropriarsi” del proprio patrimonio culturale e della propria identità storica. Il punto di forza della social innovation, a mio avviso, sta proprio nella creazioni di modelli di “gestione dal basso” che mirano a colmare il gap che risponde alla domanda:”chi si occupa del patrimonio culturale dimenticato e abbandonato?”.
Tale modello si muove infatti su due binari paralleli: da un lato il coinvolgimento attivo dei cittadini con l’esposizione di idee “nuove” per riprendere in mano la larga fetta di patrimonio culturale dimenticato e abbandonato; dall’altro lato cerca di “snellire” l’intervento pubblico, il quale, con le varie pastoie burocratiche, di certo non facilita l’immediatezza d’azione per quanto riguarda la tutela, la valorizzazione e la gestione del patrimonio culturale abbandonato.
Questo modello di gestione dal basso a mio avvivo è il cavallo vincente su cui puntare per riuscire in breve tempo e al minor costo possibile di far rinascere i nostri gioielli culturali dimenticati.

Secondo te qual è il freno di questo parco? Perché non riscuote il successo che merita? Parliamo pur sempre della seconda Sinagoga più antica d’Europa dopo quella di Ostia

Il freno di questo parco a mio avviso è la poca collaborazione tra pubblico e privato. Chi gestisce il Parco deve assolutamente, e con urgenza, provvedere a stilare un efficiente ed efficace piano di marketing territoriale e di promozione, facendo in modo che il Parco diventi la punta di diamante del nostro territorio.
Devo dire però che qualcosa in questo campo si è mossa, dal momento che nell’ottobre del 2017 l’aula della preghiera della sinagoga ebraica del parco archeologico Archeoderi, che come dicevi tu è la più antica in Europa dopo quella di Ostia, e aggiungo l’unica al momento presente nel meridione, ha sentito riecheggiare le preghiere dello shabbat di una cospicua comunità ebraica, con persone provenienti da tutta Italia e non solo.
È vero però che questo è stato un episodio sporadico, ma è anche vero che per ottenere grandi successi bisogna partire da piccoli passi.Come dice la dedica della mia tesi: “se vogliamo che le cose migliorino dobbiamo pensare che possano migliorare. La scelta è tra un mondo di possibilità e un mondo di fallimenti. Come dice la dedica della mia tesi: “se vogliamo che le cose migliorino dobbiamo pensare che possano migliorare. La scelta è tra un mondo di possibilità e un mondo di fallimenti”.

viaggio in Italia

Caravaggio e la Cappella Contarelli

Le opere custodite a Roma presso la cappella Contarelli in San Luigi dei Francesi realizzate per Matteo Contarelli costituiscono per il Caravaggio la prima grande commissione pubblica.

Il Merisi fino a quel momento si era sempre cimentato in opere di dimensioni più modeste, qui invece le sue tele superano quasi tutte i tre metri. Peraltro nel breve volgere di qualche mese ottenne anche la commissione di realizzare le opere laterali della cappella Cerasi per il potente tesoriere papale.

Cappella Contarelli

E’ il 1599 quando Michelangelo Merisi ottiene l’incarico, grazie all’ intermediazione del cardinal Del Monte, di completare la cappella gentilizia di Matteo Contarelli che vede nella parte superiore alcune opere realizzate dal Cavalier d’Arpino (Giuseppe Cesari), un artista molto conosciuto che ospitò presso la sua bottega per otto mesi il giovane Caravaggio appena giunto a Roma.

La cappella, che narra storie di San Matteo, presenta sulle pareti la  Vocazione a sx ed il martirio del Santo a dx mentre sulla parete di fondo troviamo la conversazione di San Matteo con l’ angelo nell’atto dello scrivere il vangelo.

“La vocazione”, ambientata in un luogo popolare quale potrebbe essere un’osteria  viene giocata tutta sul contrasto di luci. Da destra Cristo e San Pietro (inserito successivamente dal Caravaggio) entrano nella scena ed una luce che deriva da una fonte a noi non leggibile sfiora la mano del Cristo e illumina i volti delle figure sedute attorno al tavolo. Il Santo risponde con un gesto della mano che rende vivo il dialogo mentre alcune figure si disinteressano degli accadimenti e rimangono intenti al conto delle monete (alcuni ritengono di individuare San Matteo nel giovane che a sx continua a contare le monete sul tavolo).

“Il martirio del Santo”, modificato più volte dal Caravaggio durante la realizzazione come dimostrano recenti indagini, esprime nel linguaggio reale e crudo tipico del Merisi il momento antecedente all’uccisione del Santo.

Matteo è riverso sul pavimento mentre l’aguzzino lo afferra dalla mano pronto a infliggere i colpi fatali. Le figure attorno partecipano con espressioni del volto accese, talvolta palesando paura e terrore.

Le figure popolane, alcune ritratte con il cappello con piume in testa come più volte accade nelle opere caravaggesche, sbucano dal buio della scena. In questo caso Caravaggio si autoritrae e dell’artista è solo individuabile il viso corrucciato in fondo a questa folla. Infine dall’alto sporgendosi dalla nuvola un angelo offre la palma del martirio al Santo.

Nella tela di fondo si conserva l’opera più controvresa della cappella, il “San Matteo con l’Angelo” che il Caravaggio dovette realizzare nuovamente dopo un primo rifiuto dell’opera originaria, probabilmente perchè quest’ultima presentava dei tratti irrispettori e poco degni di essere esposti in pubblico.

San Matteo nella prima versione viene rappresentato come un popolano analfabeta che scrive il suo vangelo solo grazie alla guida della mano dell’angelo. L’opera dopo essere stata rifiutata venne acquistata dal marchese Giustiniani ed andò distrutta in Germania durante la seconda guerra mondiale.

Prima versione San Matteo e l'angelo

La seconda versione invece è impostata su un dialogo di sguardi tra il Santo e l’angelo che sembrano quasi sbucare sulla scena. Anche qui l’attenzione per il dato reale, che il Caravaggio acquisisce nella sua formazione lombarda viene esaltato, basti notare l’inconsueta postura del Santo.

La cappella Contarelli è un luogo incredibile, in pochi metri si racchiude un’esplosione della lettura del vero e del reale del Caravaggio. Senza cadere nel feticismo Caravaggesco che in età moderna colpisce molto spesso (pensate che ironia visto che dopo venti anni dalla morte del Merisi quet’ultimo viene dimenticato fino alla riscoperta del Longhi nel 900) vi consiglio di aprire bene gli occhi anche nel resto della chiesa di San Luigi.

Pillole di storia

“Piccoli libri di metallo” della storia del regno dello Stretto

Spesso ipotizziamo che i concetti di Città Metropolitana e di conurbazione dello Stretto siano temi recentissimi nella storia del mare di Scilla e Cariddi, ma non è proprio così.

Questa storia è molto radicata nel nostro passato ed ha inizio all’alba del V sec a.C. Queste pagine sono scritte da Anassila, decisamente una delle figure storiche più eminenti per Reggio Calabria, sotto certi aspetti forse la più importante (che stranezza che in città neanche una via lo ricordi).

Anassila capì che per far grande la polis reggina era fondamentale controllare i traffici che passavano dallo Stretto e consolidare quella vocazione mediterranea che la città in epoca recente ha dimenticato, speriamo ancora per poco.

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L’area di influenza voluta da Anassila divenne una sorta di “Regno dello Stretto” la cui storia ci viene anche testimoniata da una fonte diretta di quel periodo e cioè i ritrovamenti monetali. Ma andiamo con ordine.

Quest’area, voluta dal tiranno reggino, si estendeva dal Metauros, l’odierno Petrace, fino all’approdo strategico di quello che noi conosciamo come Capo Spartivento sulla costa calabra. Inoltre rientrava sotto il controllo reggino una grossa porzione dell’attuale provincia della dirimpettaia Messina. Questo ampio territorio permetteva a Rhegion di dominare i traffici delle principali rotte commerciali.

(Vi suggerisco di approfondire il tema sul pregevole testo “La Reggio di Anassila” di Natale Zappalà, che nel suo scritto mette in fila tutta una serie di eventi che coinvolgono Reggio in un periodo storico spesso sconosciuto ai più)

Sicuramente uno dei tratti che caratterizzò il cosiddetto “Regno dello Stretto” fu la monetazione di quel periodo. Furono pensate delle emissioni uniche sulle due sponde, che crearono un unico mercato. Si rende così assolutamente evidente come la vita in questo tratto di mare abbia una radice che spesso si è intrecciata.

Zancle, l’odierna Messina, inizia a battere moneta, prima di Reggio, intorno al 530 a.C

Messina fase incusa
Incuso Zancle

In queste prime monete compare al diritto una falce che simboleggia il porto (asset fondamentale per l’economia della città), un delfino e la legenda DanKle; al rovescio troviamo al centro una conchiglia tra forme geometriche incuse (cioè forme impresse in incavo sulla moneta).

Nel 510 a.C. anche Reggio inizia a battere moneta con un incuso raffigurante un toro a volto umano (che rappresenta un fiume) e una crisalide di cicala (nello stesso periodo anche Zancle emise una moneta con al diritto il tipo classico della falce e del delfino ed al rovescio le stesse immagini incuse)

Toro androprosopo Reggio
Incuso reggino

Si è molto discusso su questa raffigurazione, c’è chi sostiene che il fiume rappresentato sotto forma di toro a volto umano (androprosopo) rappresenti l’Apsias (l’odierno Calopinace, fondamentale nel mito fondativo della città) e chi sostiene invece che sia l’Alex, il fiume che segnava il confine tra le polis di Rhegion e Locri (per l’elemento aggiuntivo della crisalide di cicala collegata al mito di Eracle che sopitosi sulla sponda reggina dell’Alex chiese a Zeus di non far frinire più le cicale).

Messina successivamente venne conquistata dai Sami, inviati da Anassila, che emisero una breve monetazione (al diritto testa di leone ed al rovescio prora di nave e rostro samese).

Messina Samia
Monetazione Samia

Con l’avvento di Anassila nel 494 a. C., come detto, la monetazione cambiò sia nella sponda calabra che in quella sicula dello Stretto.

In un primo momento vennero emesse monete con al diritto la testa di leone ed al rovescio la testa di vitello (da Vitalia, Italia, la denominazione dell’area) con la legenda ad indicare se le monete fossero reggine o messinesi.

Anassila prima fase Reggio
Anassila prima fase Reggio

Anassila prima fase Messina

Nella seconda fase del regno di Anassila cambiano i tipi: al diritto biga di mule (Anassila vinse alle olimpiadi in quella specialità) ed al rovescio una lepre (pare che il tiranno introdusse quell’animale in Sicilia, alcuni studiosi ritengono però che le fonti indicanti l’introduzione delle lepri in Sicilia si riferiscano proprio alla moneta e non all’animale). Della monetazione resta l’indicazione dell’etnico e l’adozione della moneta resta costante su entrambe le sponde dello Stretto.

Anassila seconda fase Reggio
Seconda fase Anassila Reggio

Anassila seconda fase Messina
Anassila seconda fase Messina

Emissioni uniche anche in monete di minor valore con l’indicazione della provenienza al rovescio

 

Con la caduta della dinastia di Anassila, paradossalmente, Messina continua a battere i medesimi tipi monetali, mentre Reggio cambia radicalmente.

In un primo momento la polis di Rhegion batte una moneta con testa leonina al diritto ed al rovescio il mitico fondatore Iocastos.

Reggio prima fase post Anassila
Reggio prima fase post Anassila

In un secondo momento invece al rovescio comparirà il Dio Apollo.

seconda fase post Anassila.png
Reggio seconda fase post Anassila

Questa in breve la storia della monetazione del “Regno dello Stretto”, un argomento così delicato e complesso potrebbe essere trattato con maggiore profondità, ma anche così ci si accorge come già nel 494 a.C. si capì che la fortuna di quest’area geografica non può che essere quella di un’integrazione reale tra le due sponde dello Stretto.

Queste monete ce lo certificano, ribadendo ancora una volta che la numismatica ci racconta di libri di metallo ricchi di capitoli di storia.

 

 

 

Pillole di storia

Giulia e Reggio

Una delle figure storiche più importanti e meno conosciute della città di Reggio è senz’altro Giulia, figlia dell’imperatore Augusto e morta proprio nella città sulla sponda calabra dello Stretto.

Oggi a Reggio, solo una via, anche se in pieno centro, ricorda questa figura molto controversa… per alcuni una libertina, per altri una “femminista”.

Andiamo con ordine…

Giulia nasce nel giorno in cui il padre Ottaviano (futuro Augusto), si separa dalla madre Scribonia, successivamente sposerà Livia Drusilla.

Augusto di Prima Porta

La giovane ebbe un’educazione molto rigida ed il padre la utilizzò come pedina per le sue strategie politiche.

A soli 14 anni sposò il cugino Marcello che Augusto voleva suo successore ma che morì nel giro di qualche anno.

Giulia, a 18 anni, andò in sposa ad Agrippa, il fidato amico del padre, molto più anziano di lui. Da questo periodo in poi, a Giulia, vengono attribuite alcune relazioni extraconiugali, una delle quali proprio con quel Tiberio, futuro imperatore, che diverrà il suo terzo marito. Prima di morire Agrippa ebbe 4 figli da Giulia più uno postumo, due dei quali, Gaio e Lucio, vennero scelti dall’imperatore, come suoi successori.

 

 

 

Giulia, prima del termine del periodo di lutto, si fidanzò e poi sposo il fratellastro Tiberio (fratellastro perché Augusto adottò Tiberio per inserirlo nella linea dinastica nella successione).

Tiberio era coniugato con Agrippina, figlia di Agrippa (secondo marito di Giulia), condividendo una felice vita coniugale.

Lo stesso non si può dire per il matrimonio tra Tiberio e Giulia, i due ebbero anche un figlio che morì in giovane età, ma Tiberio non accettava il carattere forte della moglie e Giulia non riteneva Tiberio alla sua altezza.

Nel 2 a.C. Giulia venne arrestata per adulterio e tradimento, ed il suo matrimonio venne dichiarato nullo. Le accuse consistevano nell’aver tramato per la morte del padre e di relazioni extraconiugali con Iullo, forse l’unica relazione autentica.

I congiurati si tolsero tutti la vita e Giulia venne mandata in esilio con condizioni durissime prima a Ventotene e poi a Reggio.

A Reggio, venne rinchiusa e trovò la morte in una torre fatta costruire dal padre nei pressi dell’attuale Villa Zerbi. Tale torre, rimase in piedi fino al 1783 e successivamente venne demolita e se ne individuarono le tracce delle fondamenta nel 1910-11.

Del passaggio di Giulia e di personaggi a lei legati rimane traccia anche al MArRC in una epigrafe funeraria di un liberto appartenente alla famiglia imperiale conservata nel livello D dell’ esposizione permanente.

Epigrafe MArRC

Fortunato Nocera così narra di Giulia nel suo libro “Giulia e la Luna”

“Io nacqui per essere bella e potente, felice, riverita ed adulata. Nelle mie vene scorre il sangue di Ottaviano Augusto, princeps della repubblica più potente della terra, che è quella della gens Julia, la più nobile di tutte, perché discendente da Enea, l’eroe troiano, ma sfortunatamente nacqui femmina: e questa fu la mia rovina.

Via Giulia al Tramonto