Le mie interviste

A Gerace per “Arte e Fede” con Giuseppe Mantella

Ad agosto ho ovuto il piacere di fare una chiacchierata con Giuseppe Mantella, vera anima del progetto “Arte e fede nella diocesi di Locri-Gerace”. Quest’idea che di anno in anno ha confermato standard elevatissimi è giunta alla sua quarta edizione ed è finanziata con il bando regionale PAC 2014-2020 AZ. 2 mostre d’arte.

“Arte e Fede”, come già detto, è ideato da Giuseppe Mantella e coordinato da Don Fabrizio Cotardo e Don Angelo Festa. Il progetto è promosso da Monsignor Francesco Oliva, Vescovo della diocesi locridea.
Tantissimi gli enti coinvolti come la Soprintendenza per i Beni Architettonici e Paesaggistici per le province di Cosenza, Catanzaro e Crotone e la Soprintendenza Archeologia, Belle Arti e Paesaggio per la Città Metropolitana di Reggio Calabria e la provincia di Vibo Valentia.

Con Giuseppe Mantella abbiamo fatto il punto della situazione alzando un po’ lo sguardo sulle prospettive future.

Così Mantella: “L’idea è quella di non far chiudere il cantiere, nel senso che Arte e Fede non deve fermarsi il dodici di agosto ma continuare fino a conclusione dei lavori. Gli anni scorsi il cantiere finiva e poi eravamo noi restauratori a completare i lavori. Quest’anno vogliamo che siano coloro i quali hanno lavorato durante l’estate, continuando gli accordi quadro con le diverse Università, a tornare ospiti del nostro Vescovo e con noi concludere queste operazioni. Quest’anno abbiamo preso in considerazione Fra Diego da Careri con la Madonna degli Angeli di Badolato. Vogliamo farlo conoscere attraverso questa macchina barocca e tra gennaio e febbraio organizzare una prima giornata di studi su Fra Diego da Careri ed esporre questa straordinaria opera. Fare in modo che il progetto possa continuare vuol dire anche che nel giro di due anni possa venire fuori una monografia di tutte le opere che lui ha realizzato in tutta Italia (…). E’ da tenere in considerazione una cosa importante, è un’opera che non è della Diocesi di Locri e Gerace, ma nello spirito di condivisione di quella che è la nostra terra ed i nostri artisti, non bisogna essere territoriali ma inclusivi.

Questo deve essere lo spirito; non siamo Diocesi di Locri Gerace, di Reggio Calabria o di Catanzaro ma siamo la Calabria che fa in modo che i figli della propria terra possano venire fuori. E’ questo lo spirito del progetto. Bisogna fare in modo che il prossimo anno possano nascere accanto ad Arte e Fede altre iniziative importanti dal punto di vista scientifico. Aprire la Cittadella di Gerace è l’obiettivo di Sua Eccellenza, fare in modo che possa diventare una sorta di centro culturale in cui si possa realizzare veramente questo sogno, fare in modo che la Calabria possa produrre cultura in un luogo storico come Gerace. La volontà c’è, i protagonisti ci sono, tutto quello che si sta facendo lo si fa come volontari a titolo gratuito ma in maniera estremamente professionale. Le risposte che abbiamo avuto dalle università
e dalle istituzioni sono straordinarie, abbiamo visto che c’è sete e fame di tutto questo e quindi non possiamo che continuare. Dopo la mostra su Fra Diego da Careri abbiamo previsto per l’inverno tutta una serie di attività didattiche per le scuole all’interno del museo e contemporaneamente fare in modo, attraverso le associazioni come il FAI o Legambiente, che questo luogo possa essere punto d’incontro per conferenze o qualsiasi altra iniziativa possa essere realizzata. Quindi non solo Arte e Fede ma a 360 gradi, non lavorare in maniera esclusiva ma fare in modo che tutti possano considerare questo luogo aperto per quelle che possono essere future iniziative. Arte e fede il prossimo anno continuerà con un nuovo progetto. Speriamo di riuscire ad avere i fondi dalla Regione Calabria, come lo scorso anno quando ci ha sostenuto per la mostra sui Santi Taumaturghi. Quest’anno vogliamo realizzare una mostra sul barocco in Calabria e quindi con i partner nazionali che abbiamo dobbiamo fare qualcosa di importante.”

Pillole di storia

La storia “I festa Maronna”, la festa di Reggio Calabria

Troppo spesso questo lembo estremo della penisola Italiana, Reggio, manifesta la sindrome della memoria del criceto, il che non permette ai suoi abitanti di vivere a pieno il significato anche dei propri riti collettivi. Ad esempio, la storia dei Cappuccini all’Eremo è una storia molto antica e da sempre collegata alla venerazione dell’effige della Madonna della Consolazione.

I Cappuccini arrivarono sull’altura alle spalle della città (l’Eremo appunto) nel 1533 trasferendosi dalla Valletuccio, invitati dall’arcivescovo del tempo Girolamo Centelles, e si insediarono su di un terreno che venne donato da un nobile, tale Giovan Bernardo Mileto.

Nel fondo, in cui i Cappuccini fecero sorgere la loro comunità, insisteva una cappella, con una riproduzione della Madonna della Consolazione di piccole dimensioni.

Nel 1547 per la costruzione di una chiesa, che rispondesse alle mutate esigenze di un culto che si rafforzava, al quale seguì inevitabilmente la crescita della comunità dei Cappuccini, il nobile Camillo Diano commissionò  al pittore Nicolò Andrea Capriolo una nuova raffigurazione della Vergine.

La nuova opera, quella a noi pervenuta, si arricchisce di due figure oltre alla Madonna con Bambino, si sommarono infatti San Francesco e Sant’Antonio, nei quali si ipotizza che l’artista abbia rappresentato i due nobili benefattori, Diano e Mileto.

Lo stretto legame però tra la cittadinanza reggina e la sua Patrona inizia nel decennio che va dal 1567 al 1577.
Sono proprio i Cappuccini ad occuparsi degli appestati ed è proprio ad un frate, Antonio Tripodi, che si trovava in preghiera davanti al quadro, che la Vergine preannunciò la fine della pestilenza.

Successivamente verrà avvertito il governatore, e si disporrà una processione popolare verso l’Eremo.

Nelle successive pestilenze del 1636 e 1656 il legame con l’Avvocata del popolo reggino crebbe e si consolidò ulteriormente.

Il rapporto tra la Madre della Consolazione ed i reggini si fortificò successivamente in occasione anche di altri eventi calamitosi come carestie o eventi tellurici. Nel terremoto del 1693 in occasione il quadro raffigurante la Vergine venne spostato al Duomo e le celebrazioni Mariane vennero organizzate non più nel mese di novembre ma bensì a settembre.

Il filo rosso tra Maria ed il suo popolo percorre a tappe costanti la travagliata storia della città dello Stretto anche in epoca moderna, come nel caso dei devastanti terremoti del 1783 (che causò l’allontamento dei Cappuccini dall’Eremo, dove fecero ritorno nel 1801) e del 1908.

Infine due date che costituiscono un po’ i prodromi della festa come noi oggi la conosciamo, cioè il 1819 quando Mons. Tommasini dispose che la festa assumesse carattere diocesano ed infine il 1896, data nella quale il Sindaco del tempo ed il Card. Portanova disposero che la sede Vescovile avrebbe provveduto all’organizzazione della festività annuale con una preparazione di sette sabati da celebrarsi all’Eremo, mentre l’amministrazione si assunse l’impegno della realizzazione di celebrazioni civili.

Quel legame, che ancora oggi si avverte, resta uno dei pochi barlumi di unità, in una città perennemente divisa, che in occasione delle feste settembrine riesce a trovare momenti di convivenza, anche se spesso traumatica e troppo spesso solo folklorica.

Riuscire a riabbracciare quello che siamo stati, conoscerlo, permette di individuare tratti comuni ed anche diversi ovviamente, che non necessariamente sfociano nel sacro, ma che inevitabilmente ci parlano di noi, di quei bagliori di storia comune che deve far di Reggio una comunità.

Viaggio in Calabria

Le emozioni della festa a Gallicianò

Gallicianò è un posto che nel tempo ho imparato ad amare. Un luogo per certi versi ruvido, asciutto, ricco di costratti stridenti e per questo così autentico e straordinario.

Nonostante con orgoglio possa sentirmi a casa li, non avevo mai assistito alla festa del Santo Patrono, durante la quale la statua in gesso, da poco restaurata, sfila per le strette vie del borgo fino a raggiungere il belvedere del Calvario per poi fare ritorno nella chiesa principale del paese.

La prima cosa che colpisce arrivando a Gallicianò, dopo aver percorso i tornanti che dalla fiumara risalgono il crinale, è l’assenza del silenzio che in genere rende quasi ovattato il trascorrere del tempo all’interno dell’acropoli dei greci della Bovesia.

Nei giorni della festa le voci invece tornano ad animare queste contrade, come le urla dei più piccoli che si riprendono gli spazi che per generazioni sono stati dei loro padri.

Ma nonostante il tempo venga scandido diversamente e con un ritmo che sembra più lento, è già tempo di inizare e dopo i primi spari San Giovanni Battista scende le scale che separano la chiesa principale di Gallicianò da Piazza Alimos per poi procedere per tutto Catuchorìo.

La statua, deviando all’altezza del piccolo museo etnografico raggiunge il luogo dove un tempo insisteva la chiesa di San Leonardo. I portatori compiono tre giri in senso orario e tre in senso antiorario, un tempo accompagnati da musiche popolari, oggi da musiche sacre.

Mentre ormai le ombre si allungano perchè il giorno cede il passo alla sera, il Santo adesso portato a spalla dalle donne del borgo raggiunge il Calvario, prima di riabbracciare il paese per proteggerlo ancora.

Il popolo di Gallicianò, che celebra il suo Santo ad agosto, in occasione del martirio e non a giugno, quando invece se ne ricorda la nascita, lega anche quest’aspetto alla vita di queste contrade aspromontane.

Un tempo qui, dal mese di giugno, si era impegnati nelle attività di mietitura ed ecco spiegato perchè la festa si svolge ad agosto e perchè ancora oggi si usa lanciare chicchi di grano al passaggio del Santo in processione e lasciare sempre qualche spiga vicino alla statua durante l’anno.

Ormai però è sera e la statua del Santo dopo aver regalato le ultime emozioni ruotando nuovamente nel sagrato, sulle spalle degli emozionatissimi portatori, con canti vibranti torna nella chiesa simbolo del borgo.

Viaggio in Calabria

Al Museo di Reggio la mostra su Paolo Orsi

Le due poleis di Reggio e di Siracusa in antico hanno spesso incrociato i fili delle proprie storie e talvolta anche in modo burrascoso. Basti pensare all’assedio di undici mesi del tiranno siracusano Dionisio I o alla rifondazione di Reggio con il nome di Febea ad opera del figlio Dionisio II.

Oggi però i due centri, ed in particolar modo le istituzioni museali, il MArRC per la sponda calabra ed il Paolo Orsi di Siracusa, dialogano per porre in essere una mostra che accende dei meritatissimi riflettori su una figura fondamentale per la conoscenza del passato in Magna Grecia ed in Trinacria.

La mostra “Paolo Orsi, alle origini dell’ archeologia in Calabria e Sicilia” è una narrazione dell’incredibile vita del roveretano, curata dai due direttori Carmelo Malacrino e Maria Musumeci, che prende le mosse da una presentazione di questa incredibile figura di studioso per poi accompagnare il visitatore in altre quattro sezioni a tema:

  • Alla ricerca delle origini, la preistoria e la protostoria
  • Dall’eta arcaica all’ellenismo, l’archeologia delle città greche
  • La grandezza dell’Impero, la Calabria e la Sicilia in età romana
  • La luce sul medioevo, bizantini, arabi e normanni

Il percorso espositivo che prende le mosse da due capolavori assoluti ritrovati da Paolo Orsi, la Gorgone in corsa ed il celebre Cavaliere di Marafioti, permette il racconto delle varie attività poste in essere dallo studioso, dalla ricerca attenta sulle fonti per poi passare alla “verifica” sul campo, all’analisi stratigrafica dei siti, ma anche il costante impegno nella tutela dei reperti e all’affermazione del principio di legalità contrastando i commercianti di opere antiche e permettendo l’acquisto di numerosi reperti al patrimonio dello Stato.

La mostra racconta anche la storia umana di Paolo Orsi che nato in territorio non ancora italiano a Rovereto (il Trentino nel 1859 era ancora austriaco) arrivò in terra siciliana nel 1888 dopo aver vinto un concorso ad Ispettore di 3′ classe degli scavi, musei e gallerie del Regno. Da li partirà una vera e propria rivoluzione negli studi dell’antichità tra Sicilia e Magna Grecia che a fatica viene contenuta in questa riproduzione grafica che elenca i luoghi del grande archeologo.

Tanti i pezzi estremamente interessanti provenienti dal museo di Siracusa, oltre alla già citata Gorgone, numerosi i reperti individuati in sepolture o nelle città greche siciliane.

Altro punto di forza della mostra sono i reperti che provengono direttamente dai ricchissimi depositi del museo reggino (restaurati adesso fanno bella mostra di se), come i marmi di epoca romana e soprattutto i reperti di XII sec. d.C. provenienti da Santa Maria di Terreti.

Proprio nell’ultima sala espositiva dedicata al c.d. Medioevo, che permette uno dei rarissimi casi di presa di coscienza diretta con un periodo storico spesso trascurato ma che fu fondamentale per Reggio e la Calabria, un altro passaggio sull’Orsi uomo nella fase finale del suo rapporto con queste terre che viene reso dal racconto di Paolo Enrico Arias (altra figura di primo piano per gli studi antichistici):

“(…)Egli partì definitivamente da Siracusa nel mese di maggio del 1935(…)Eravamo alla stazione marittima della città(…); lo aspettavamo sotto la pensilina davanti al vagone-letto per Roma che egli guardòcon un’espressione di profonda antipatia e mestizia. Avanzava a passi lenti, con il bastone e le pantofole grandi in cui i piedi che avevano tanto camminato su e giù per il Trentino e per la Sicilia e la Calabria non riuscivano quasi a stare più. Lo reggeva l’inseparabile restauratore Giuseppe D’Amico, compagno delle sue esplorazioni dovunque(…) Il grande vecchio si fermò a contemplare tutti noi;(…) durante tutto il viaggio era rimasto vicino al finestrino a mormorare i nomi a lui ben noti di tutti i paesini che si vedevano dal treno (…) E ripeteva: non li vedò più.

La mostra rimarrà attiva al museo reggino fino all’otto di settembre, mantenendo saldo nel nome di Paolo Orsi, il legame tra Sicilia e Magna Grecia per tutta la stagione estiva. Con buona pace di Dionisio I, oggi queste due città riprendono un dialogo “mediterraneo” che non può che far bene ad entrambe.

Le mie interviste

Ad Archeoderi con Marilena Avenoso tra criticità e prospettive

Criticità e prospettive del Parco Archeoderi di Bova Marina sono stati i temi della conversazione con Marilena Avenoso, giovane operatrice culturale, specializzata in organizzazione e gestione del patrimonio culturale ed ambientale.

Marilena riesci a spiegarci cosa significa per te il Parco Archeologico Archeoderi?

Per me Archeoderi significa “Rinascita”. Quando nell’ormai lontano 2015 mi accingevo a scrivere la mia tesi di laurea magistrale, ho puntato e scommesso il tutto e per tutto sul Parco Archeologico, il cui potenziale, a mio avviso, è veramente immenso. Purtroppo però, e mi duole dirlo, il suddetto Parco è uno dei tanti “gioielli culturali” dimenticati e abbandonati. Per molto tempo il Parco in questione è stato gestito in maniera inadeguata, tanto che neanche le persone che vivevano nelle sue vicinanze conoscevano le meraviglie storico-artistiche che venivano custodire al suo interno.
Ecco perché per me Archeoderi significa “rinascita”. È solo grazie alla conoscenza di ciò che siamo stati che si potrà divenire portavoce delle nostre tradizioni,origini e culture, diventando noi stessi fautori della conoscenza del nostro patrimonio culturale

Qual è la visione di promozione e rilancio che già avevi inserito nella tua tesi di laurea? la reputi ancora attuale?

La mia visione di promozione e rilancio riguardava la social innovation applicata all’ambito dei beni culturali. In tempi recenti, e gli esempi da fare sarebbero davvero tanti, si assiste sempre più ad una sorta di spinta propulsiva da parte dei cittadini che creano “rete” per “riappropriarsi” del proprio patrimonio culturale e della propria identità storica. Il punto di forza della social innovation, a mio avviso, sta proprio nella creazioni di modelli di “gestione dal basso” che mirano a colmare il gap che risponde alla domanda:”chi si occupa del patrimonio culturale dimenticato e abbandonato?”.
Tale modello si muove infatti su due binari paralleli: da un lato il coinvolgimento attivo dei cittadini con l’esposizione di idee “nuove” per riprendere in mano la larga fetta di patrimonio culturale dimenticato e abbandonato; dall’altro lato cerca di “snellire” l’intervento pubblico, il quale, con le varie pastoie burocratiche, di certo non facilita l’immediatezza d’azione per quanto riguarda la tutela, la valorizzazione e la gestione del patrimonio culturale abbandonato.
Questo modello di gestione dal basso a mio avvivo è il cavallo vincente su cui puntare per riuscire in breve tempo e al minor costo possibile di far rinascere i nostri gioielli culturali dimenticati.

Secondo te qual è il freno di questo parco? Perché non riscuote il successo che merita? Parliamo pur sempre della seconda Sinagoga più antica d’Europa dopo quella di Ostia

Il freno di questo parco a mio avviso è la poca collaborazione tra pubblico e privato. Chi gestisce il Parco deve assolutamente, e con urgenza, provvedere a stilare un efficiente ed efficace piano di marketing territoriale e di promozione, facendo in modo che il Parco diventi la punta di diamante del nostro territorio.
Devo dire però che qualcosa in questo campo si è mossa, dal momento che nell’ottobre del 2017 l’aula della preghiera della sinagoga ebraica del parco archeologico Archeoderi, che come dicevi tu è la più antica in Europa dopo quella di Ostia, e aggiungo l’unica al momento presente nel meridione, ha sentito riecheggiare le preghiere dello shabbat di una cospicua comunità ebraica, con persone provenienti da tutta Italia e non solo.
È vero però che questo è stato un episodio sporadico, ma è anche vero che per ottenere grandi successi bisogna partire da piccoli passi.Come dice la dedica della mia tesi: “se vogliamo che le cose migliorino dobbiamo pensare che possano migliorare. La scelta è tra un mondo di possibilità e un mondo di fallimenti. Come dice la dedica della mia tesi: “se vogliamo che le cose migliorino dobbiamo pensare che possano migliorare. La scelta è tra un mondo di possibilità e un mondo di fallimenti”.

Pillole di storia

Giulia e Reggio

Una delle figure storiche più importanti e meno conosciute della città di Reggio è senz’altro Giulia, figlia dell’imperatore Augusto e morta proprio nella città sulla sponda calabra dello Stretto.

Oggi a Reggio, solo una via, anche se in pieno centro, ricorda questa figura molto controversa… per alcuni una libertina, per altri una “femminista”.

Andiamo con ordine…

Giulia nasce nel giorno in cui il padre Ottaviano (futuro Augusto), si separa dalla madre Scribonia, successivamente sposerà Livia Drusilla.

Augusto di Prima Porta

La giovane ebbe un’educazione molto rigida ed il padre la utilizzò come pedina per le sue strategie politiche.

A soli 14 anni sposò il cugino Marcello che Augusto voleva suo successore ma che morì nel giro di qualche anno.

Giulia, a 18 anni, andò in sposa ad Agrippa, il fidato amico del padre, molto più anziano di lui. Da questo periodo in poi, a Giulia, vengono attribuite alcune relazioni extraconiugali, una delle quali proprio con quel Tiberio, futuro imperatore, che diverrà il suo terzo marito. Prima di morire Agrippa ebbe 4 figli da Giulia più uno postumo, due dei quali, Gaio e Lucio, vennero scelti dall’imperatore, come suoi successori.

 

 

 

Giulia, prima del termine del periodo di lutto, si fidanzò e poi sposo il fratellastro Tiberio (fratellastro perché Augusto adottò Tiberio per inserirlo nella linea dinastica nella successione).

Tiberio era coniugato con Agrippina, figlia di Agrippa (secondo marito di Giulia), condividendo una felice vita coniugale.

Lo stesso non si può dire per il matrimonio tra Tiberio e Giulia, i due ebbero anche un figlio che morì in giovane età, ma Tiberio non accettava il carattere forte della moglie e Giulia non riteneva Tiberio alla sua altezza.

Nel 2 a.C. Giulia venne arrestata per adulterio e tradimento, ed il suo matrimonio venne dichiarato nullo. Le accuse consistevano nell’aver tramato per la morte del padre e di relazioni extraconiugali con Iullo, forse l’unica relazione autentica.

I congiurati si tolsero tutti la vita e Giulia venne mandata in esilio con condizioni durissime prima a Ventotene e poi a Reggio.

A Reggio, venne rinchiusa e trovò la morte in una torre fatta costruire dal padre nei pressi dell’attuale Villa Zerbi. Tale torre, rimase in piedi fino al 1783 e successivamente venne demolita e se ne individuarono le tracce delle fondamenta nel 1910-11.

Del passaggio di Giulia e di personaggi a lei legati rimane traccia anche al MArRC in una epigrafe funeraria di un liberto appartenente alla famiglia imperiale conservata nel livello D dell’ esposizione permanente.

Epigrafe MArRC

Fortunato Nocera così narra di Giulia nel suo libro “Giulia e la Luna”

“Io nacqui per essere bella e potente, felice, riverita ed adulata. Nelle mie vene scorre il sangue di Ottaviano Augusto, princeps della repubblica più potente della terra, che è quella della gens Julia, la più nobile di tutte, perché discendente da Enea, l’eroe troiano, ma sfortunatamente nacqui femmina: e questa fu la mia rovina.

Via Giulia al Tramonto

 

Viaggio in Calabria

Il museo etnografico “Anzel Merianù” di Gallicianò

Sono tanti i luoghi che meritano di essere visitati a Gallicianò oltre alle bellezze naturalistiche ed i tanti sentieri, il borgo contiene alcune unicità straordinarie come la Chiesa di San Giovanni Battista, la Sorgente dell’Amore, l’Anfiteatro “Patriarca Bartolomeo” o la chiesa ortodossa Madonna di Grecia.

Oggi però ci soffermiamo sul museo etnografico Anzel Merianù (studiosa greca di etnografia, autrice di diversi saggi) che offre uno spaccato chiarissimo della vita delle nostre aree interne.

Il museo nasce dall’iniziativa del signor Raffaele Rodà, oggi vera anima del museo, e di altri volenterosi che hanno dato vita ad una delle collezioni più interessanti della provincia reggina e non solo.

La struttura oggi adibita a museo, fu in passato sede della scuola elementare, suddivisa in due ambienti che permettono al visitatore un salto nel passato di questa terra.

Nella sala “A” vengono conservati gli utensili e gli oggetti tipici della vita di campagna, curioso trovare la famosa “libretta” (registro di credito) con ancora annotati i conti dei vari clienti, come è facile perdersi nel fascino dei disegni delle bellissime coperte di ginestra.

La sala “B” riproduce invece l’ambiente domestico con tutti gli oggetti di vita comune, ma l’attenzione non può che ricadere sulla riproposizione dell’antico “cannucciato” posto a protezione del letto.

Ma con lo scritto risulta difficile trasmettere il fascino di questa collezione, la curiosità può essere solo saziata con una visita a questo piccolo gioiellino.

 

 

Viaggio in Calabria

Un viaggio a Ferruzzano e “Se fate l’asilo alla frazione vi capiterà male…”

Passeggiare per le viuzze silenti di Ferruzzano è quasi un’esperienza mistica, i battenti delle finestre spostati dal vento interrompono silenzi con sottofondo di lavoro dei campi.

Poche anime in quelle case che ancora raccontano di un tempo differente, lento, scandito da altri riti quotidiani.

Queste stesse sensazioni diventato quasi aplificate nella frazione di Saccuti dove lo scenario diventa surreale, perchè la senzazione è quella che gli abitanti siano appena andati via chissà per quale motivo, lasciando tutto li ad attendere un futuro improbabile ritorno.

Oggi, solo il piccolo Paolo ed il fratellino permettono di ascoltare voci di bambino in quest’angolo interno della nostra provincia, mentre nella metà degli anni venti del ‘900 Zanotti Bianco si prodigava per la costruzione dell’asilo.

Zanotti Bianco, scrittore, archeologo e sagista fu uomo illuminato che tanto diede alla fascia ionica aspomontana, creò tantissimi asili, scuole, ambulatori e riconobbe la necessità di fondare riviste e pubblicazioni che permettessero lo studio e la diffusione del patrimonio culturale Calabrese.

E’ lo stesso Zanotti Bianco che ci descrive nel suo “TRA LA PERDUTA GENTE” i momenti che portarono alla costruzione di ben due asili tra Ferruzzano e la frazione di Saccuti.

Il racconto è “Pazza per amore” dove l’autore intreccia il suo viaggio tra Brancaleone, Bruzzano, Ferruzzano e Saccuti con le vicende di una povera donna folle per un amore finito e la sua tragica fine.

In questo racconto Zanotti Bianco ricorda: “E mi inerpicai per la strada sassosa che conduce a Saccuti. Dopo il terremoto del 1907 una commissione geologica aveva dichiarato inabitabile Ferruzzano e il Genio Civile aveva costruito le nuove case baraccate nella frazione di Saccuti. Ma più che la forza dell’abitudine, la maggior vicinanza ai pascoli del monte Trizzo, alle terre sul versante del La Verde, aveva ricondotto coloro che s’erano salvati da quel disastro a sistemarsi tra le rovine, riattando alla meglio, con legname, i vani lesionati. Sicché quando ci decidemmo ad aprire una Casa dei bambini a Saccuti, quei di Ferruzzano accorsero impermaliti: Siamo noi la maggioranza del comune: se fate l’asilo alla frazione vi capiterà male.

E così aprimmo due asili, uno in alto al centro, l’altro alla frazione”.

Oggi quelle due strutture sono ancora in piedi e ci tramandono gli echi di questa storia di una provincia povera, di un mondo fiero e contadino, disperato e innamorato come quella umile donna del racconto “Pazza per amore”.

Viaggio in Calabria

Placanica, un gioiello nascosto

Panotrama Placanica

Placanica ha tutte le caratteristiche per affascinare i viandanti che si accostano al centro, una posizione invidiabile incastonata com’è tra valli che degradano talvolta dolcemente altre volte a picco, un patrimonio monumentale invidiabile con il castello che troneggia sull’intero borgo ed infine un passato tutto da raccontare che vide a Placanica personaggi illustri come Campanella che proprio nel convento domenicano di Placanica prese i voti.

Così ad esempio il 18 agosto del 1847 Edward Lear descriveva il borgo nel suo “Diario di un viaggio a piedi”: “Lasciamo la città alla nostra sinistra (si riferisce a Stignano), ci siamo precipitati in una profonda vallata fra pendii coperti di oliveti, e, arrampicandoci sopra il lato opposto, siamo subito arrivati a Motta Placanica, una delle vere caratteristiche città calabresi. Come le altre in queste strane colonie, questo posto non ha profondità, ma è come se fosse solo una superficie, essendo le case costruite un sopra l’altra sugli orli ed in crepacci, sulla facciata di una grande roccia sollevata in una cima, e il suo più alto pinnacolo adornato da un moderno palazzo. Non si può immaginare lo strano effetto che fanno queste città, persino per quelli abituati alle irregolarità delle architetture del sud Italia; Motta Placanica sembra costruita per essere una meraviglia per il passante”.

Il borgo mantiene intatta questa capacità di stupire i visitatori che si avvicinano a questo piccolo gioiello purtroppo poco conosciuto ma dalle potenzialità turistiche infinite. Placanica offre un percorso ad anello che parte poco più su della piazza del Municipio dedicata all’eroe di guerra Tito Minniti (si, proprio l’aviatore al quale è intitolato l’aeroporto reggino che ebbe natali a Placanica per poi morire in Africa catturato dopo l’abbattimento del suo veivolo impegnato in ricognizione) nei pressi dell’arco in muratura che sostituì il ponte levatoio che permetteva l’ingresso nella cittadella fortificata e prosegue poi nel convento domenicano, per le vie recentemente abellite con splendidi murales, alla torre urbica per poi giungere al castello ed alla chiesa di San Basilio Magno che rappresenta una perla che da sola vale la visita del borgo.

Il percorso poi si conclude con la discesa verso i resti del convento francescano e la torre difensiva e campanaria con i resti della cinta muraria. Placanica ha il fascino antico di un borgo che trae la sua origine in secoli remotissimi probabilmente nel X d.C. ed il cuore medievale del borgo è ancora forte e palpitante e permetterebbe, con un connubio legato al turismo religioso prevalentemente orientato al santuario della Madonna dello Scoglio, margini di crescita economica considerevoli. Le difficoltà chiaramente non mancano ma potremmo prendere come esempio la famiglia dei Clemente che resero Placanica un borgo ricco d’arte e seppero essere magnanimi con la popolazione. Oggi, non c’è da aspettare la benevolenza di un “nobile” ma invocare a gran voce le forze giovani e positive di quel territorio che come dimostra l’ass. Innovus sono già in cammino.

La via dei borghi a Placanica

Senza categoria, Viaggio in Calabria

Amendolea e le sue chiese

L’antico borgo di Amendolea riesce ad attrarre per tante ragioni, ad esempio per il suo irresistibile fascino, per i  silenzi tra le case dirute con l’affaccio su quel frammento di donjon pericolante da anni, o ad esempio per quegli scorci sul torrente sottostante che sembra quasi una lingua d’argento tra i fianchi verdastri ed aspri dei crinali che la contengono.

Per me negli anni quel luogo è diventato un pezzo della mia vita, forse li sono nate diverse passioni e spunti di riflessione. Per questo vi confesso che nel parlare di quest’angolo di Calabria mi sento fortissimamente di parte.

Questo e molto altro è Amendolea per me e per i curiosi visitatori. In questo articolo soffermiamoci su un’altra delle sue caratteristiche, sul numero così elevato di edifici sacri. Di fatti un borgo così piccolo presenta cinque edifici di culto.

La chiesa più grande, quella dell’Assunta, insiste su di un pianoro panoramico all’estremità opposta del castello e destinata ai riti del popolo. La nobiltà invece, disponeva all’interno dell’edificio fortificato di una cappella palatina, proprio alle spalle della grande sala fenestrata.

La cappella presenta ancora oggi residui d’affresco.

Appena fuori le mura del borgo, sono facilmente individuabili i ruderi delle chiese di Santa Caterina e quelli della chiesa di San Sebastiano con il suo splendido campanile.

Il fascino di questo luogo però non ha raggiunto il suo massimo. Un po’ più discosta dal centro del borgo, ma di poco, sulla strada che da Amendolea ripida porta a Bova, si incontra il vecchio segnale che indica la salita per giungere alla chiesa di San Nicola.

La chiesetta, dell’ XI sec., allo stato di rudere, è di piccole dimensioni, manca del tetto e di quasi tutta la parete meridionale dove un tempo si apriva l’ingresso.

L’edificio presenta tre absidi con quella centrale che presenta una piccola apertura e le due laterali, prothesis e diaconicòn, che sono i veri gioielli di questo antico edificio.

Le absidi laterali infatti, presentano ancora oggi (se ne invoca a gran voce un intervento conservativo) residui di affreschi. Se nell’abside di destra questi restano appena visibili, nell’abside di sinistra l’affresco è maggiormente apprezzabile e si individua una figura intera di Santo con paramenti sacri nell’atto di benedizione.

Ruderi Castello

Il borgo di Amendolea e le sue bellezze difficilmente tradiscono le attese, l’unica cosa da portare da casa resta la curiosità, per il resto, la magia e la storia di quei luoghi giustificano sempre il viaggio.

Castello Amendolea