Viaggio in Calabria

Al Museo di Reggio la mostra su Paolo Orsi

Le due poleis di Reggio e di Siracusa in antico hanno spesso incrociato i fili delle proprie storie e talvolta anche in modo burrascoso. Basti pensare all’assedio di undici mesi del tiranno siracusano Dionisio I o alla rifondazione di Reggio con il nome di Febea ad opera del figlio Dionisio II.

Oggi però i due centri, ed in particolar modo le istituzioni museali, il MArRC per la sponda calabra ed il Paolo Orsi di Siracusa, dialogano per porre in essere una mostra che accende dei meritatissimi riflettori su una figura fondamentale per la conoscenza del passato in Magna Grecia ed in Trinacria.

La mostra “Paolo Orsi, alle origini dell’ archeologia in Calabria e Sicilia” è una narrazione dell’incredibile vita del roveretano, curata dai due direttori Carmelo Malacrino e Maria Musumeci, che prende le mosse da una presentazione di questa incredibile figura di studioso per poi accompagnare il visitatore in altre quattro sezioni a tema:

  • Alla ricerca delle origini, la preistoria e la protostoria
  • Dall’eta arcaica all’ellenismo, l’archeologia delle città greche
  • La grandezza dell’Impero, la Calabria e la Sicilia in età romana
  • La luce sul medioevo, bizantini, arabi e normanni

Il percorso espositivo che prende le mosse da due capolavori assoluti ritrovati da Paolo Orsi, la Gorgone in corsa ed il celebre Cavaliere di Marafioti, permette il racconto delle varie attività poste in essere dallo studioso, dalla ricerca attenta sulle fonti per poi passare alla “verifica” sul campo, all’analisi stratigrafica dei siti, ma anche il costante impegno nella tutela dei reperti e all’affermazione del principio di legalità contrastando i commercianti di opere antiche e permettendo l’acquisto di numerosi reperti al patrimonio dello Stato.

La mostra racconta anche la storia umana di Paolo Orsi che nato in territorio non ancora italiano a Rovereto (il Trentino nel 1859 era ancora austriaco) arrivò in terra siciliana nel 1888 dopo aver vinto un concorso ad Ispettore di 3′ classe degli scavi, musei e gallerie del Regno. Da li partirà una vera e propria rivoluzione negli studi dell’antichità tra Sicilia e Magna Grecia che a fatica viene contenuta in questa riproduzione grafica che elenca i luoghi del grande archeologo.

Tanti i pezzi estremamente interessanti provenienti dal museo di Siracusa, oltre alla già citata Gorgone, numerosi i reperti individuati in sepolture o nelle città greche siciliane.

Altro punto di forza della mostra sono i reperti che provengono direttamente dai ricchissimi depositi del museo reggino (restaurati adesso fanno bella mostra di se), come i marmi di epoca romana e soprattutto i reperti di XII sec. d.C. provenienti da Santa Maria di Terreti.

Proprio nell’ultima sala espositiva dedicata al c.d. Medioevo, che permette uno dei rarissimi casi di presa di coscienza diretta con un periodo storico spesso trascurato ma che fu fondamentale per Reggio e la Calabria, un altro passaggio sull’Orsi uomo nella fase finale del suo rapporto con queste terre che viene reso dal racconto di Paolo Enrico Arias (altra figura di primo piano per gli studi antichistici):

“(…)Egli partì definitivamente da Siracusa nel mese di maggio del 1935(…)Eravamo alla stazione marittima della città(…); lo aspettavamo sotto la pensilina davanti al vagone-letto per Roma che egli guardòcon un’espressione di profonda antipatia e mestizia. Avanzava a passi lenti, con il bastone e le pantofole grandi in cui i piedi che avevano tanto camminato su e giù per il Trentino e per la Sicilia e la Calabria non riuscivano quasi a stare più. Lo reggeva l’inseparabile restauratore Giuseppe D’Amico, compagno delle sue esplorazioni dovunque(…) Il grande vecchio si fermò a contemplare tutti noi;(…) durante tutto il viaggio era rimasto vicino al finestrino a mormorare i nomi a lui ben noti di tutti i paesini che si vedevano dal treno (…) E ripeteva: non li vedò più.

La mostra rimarrà attiva al museo reggino fino all’otto di settembre, mantenendo saldo nel nome di Paolo Orsi, il legame tra Sicilia e Magna Grecia per tutta la stagione estiva. Con buona pace di Dionisio I, oggi queste due città riprendono un dialogo “mediterraneo” che non può che far bene ad entrambe.

Le mie interviste

Ad Archeoderi con Marilena Avenoso tra criticità e prospettive

Criticità e prospettive del Parco Archeoderi di Bova Marina sono stati i temi della conversazione con Marilena Avenoso, giovane operatrice culturale, specializzata in organizzazione e gestione del patrimonio culturale ed ambientale.

Marilena riesci a spiegarci cosa significa per te il Parco Archeologico Archeoderi?

Per me Archeoderi significa “Rinascita”. Quando nell’ormai lontano 2015 mi accingevo a scrivere la mia tesi di laurea magistrale, ho puntato e scommesso il tutto e per tutto sul Parco Archeologico, il cui potenziale, a mio avviso, è veramente immenso. Purtroppo però, e mi duole dirlo, il suddetto Parco è uno dei tanti “gioielli culturali” dimenticati e abbandonati. Per molto tempo il Parco in questione è stato gestito in maniera inadeguata, tanto che neanche le persone che vivevano nelle sue vicinanze conoscevano le meraviglie storico-artistiche che venivano custodire al suo interno.
Ecco perché per me Archeoderi significa “rinascita”. È solo grazie alla conoscenza di ciò che siamo stati che si potrà divenire portavoce delle nostre tradizioni,origini e culture, diventando noi stessi fautori della conoscenza del nostro patrimonio culturale

Qual è la visione di promozione e rilancio che già avevi inserito nella tua tesi di laurea? la reputi ancora attuale?

La mia visione di promozione e rilancio riguardava la social innovation applicata all’ambito dei beni culturali. In tempi recenti, e gli esempi da fare sarebbero davvero tanti, si assiste sempre più ad una sorta di spinta propulsiva da parte dei cittadini che creano “rete” per “riappropriarsi” del proprio patrimonio culturale e della propria identità storica. Il punto di forza della social innovation, a mio avviso, sta proprio nella creazioni di modelli di “gestione dal basso” che mirano a colmare il gap che risponde alla domanda:”chi si occupa del patrimonio culturale dimenticato e abbandonato?”.
Tale modello si muove infatti su due binari paralleli: da un lato il coinvolgimento attivo dei cittadini con l’esposizione di idee “nuove” per riprendere in mano la larga fetta di patrimonio culturale dimenticato e abbandonato; dall’altro lato cerca di “snellire” l’intervento pubblico, il quale, con le varie pastoie burocratiche, di certo non facilita l’immediatezza d’azione per quanto riguarda la tutela, la valorizzazione e la gestione del patrimonio culturale abbandonato.
Questo modello di gestione dal basso a mio avvivo è il cavallo vincente su cui puntare per riuscire in breve tempo e al minor costo possibile di far rinascere i nostri gioielli culturali dimenticati.

Secondo te qual è il freno di questo parco? Perché non riscuote il successo che merita? Parliamo pur sempre della seconda Sinagoga più antica d’Europa dopo quella di Ostia

Il freno di questo parco a mio avviso è la poca collaborazione tra pubblico e privato. Chi gestisce il Parco deve assolutamente, e con urgenza, provvedere a stilare un efficiente ed efficace piano di marketing territoriale e di promozione, facendo in modo che il Parco diventi la punta di diamante del nostro territorio.
Devo dire però che qualcosa in questo campo si è mossa, dal momento che nell’ottobre del 2017 l’aula della preghiera della sinagoga ebraica del parco archeologico Archeoderi, che come dicevi tu è la più antica in Europa dopo quella di Ostia, e aggiungo l’unica al momento presente nel meridione, ha sentito riecheggiare le preghiere dello shabbat di una cospicua comunità ebraica, con persone provenienti da tutta Italia e non solo.
È vero però che questo è stato un episodio sporadico, ma è anche vero che per ottenere grandi successi bisogna partire da piccoli passi.Come dice la dedica della mia tesi: “se vogliamo che le cose migliorino dobbiamo pensare che possano migliorare. La scelta è tra un mondo di possibilità e un mondo di fallimenti. Come dice la dedica della mia tesi: “se vogliamo che le cose migliorino dobbiamo pensare che possano migliorare. La scelta è tra un mondo di possibilità e un mondo di fallimenti”.

viaggio in Italia

Caravaggio e la Cappella Contarelli

Le opere custodite a Roma presso la cappella Contarelli in San Luigi dei Francesi realizzate per Matteo Contarelli costituiscono per il Caravaggio la prima grande commissione pubblica.

Il Merisi fino a quel momento si era sempre cimentato in opere di dimensioni più modeste, qui invece le sue tele superano quasi tutte i tre metri. Peraltro nel breve volgere di qualche mese ottenne anche la commissione di realizzare le opere laterali della cappella Cerasi per il potente tesoriere papale.

Cappella Contarelli

E’ il 1599 quando Michelangelo Merisi ottiene l’incarico, grazie all’ intermediazione del cardinal Del Monte, di completare la cappella gentilizia di Matteo Contarelli che vede nella parte superiore alcune opere realizzate dal Cavalier d’Arpino (Giuseppe Cesari), un artista molto conosciuto che ospitò presso la sua bottega per otto mesi il giovane Caravaggio appena giunto a Roma.

La cappella, che narra storie di San Matteo, presenta sulle pareti la  Vocazione a sx ed il martirio del Santo a dx mentre sulla parete di fondo troviamo la conversazione di San Matteo con l’ angelo nell’atto dello scrivere il vangelo.

“La vocazione”, ambientata in un luogo popolare quale potrebbe essere un’osteria  viene giocata tutta sul contrasto di luci. Da destra Cristo e San Pietro (inserito successivamente dal Caravaggio) entrano nella scena ed una luce che deriva da una fonte a noi non leggibile sfiora la mano del Cristo e illumina i volti delle figure sedute attorno al tavolo. Il Santo risponde con un gesto della mano che rende vivo il dialogo mentre alcune figure si disinteressano degli accadimenti e rimangono intenti al conto delle monete (alcuni ritengono di individuare San Matteo nel giovane che a sx continua a contare le monete sul tavolo).

“Il martirio del Santo”, modificato più volte dal Caravaggio durante la realizzazione come dimostrano recenti indagini, esprime nel linguaggio reale e crudo tipico del Merisi il momento antecedente all’uccisione del Santo.

Matteo è riverso sul pavimento mentre l’aguzzino lo afferra dalla mano pronto a infliggere i colpi fatali. Le figure attorno partecipano con espressioni del volto accese, talvolta palesando paura e terrore.

Le figure popolane, alcune ritratte con il cappello con piume in testa come più volte accade nelle opere caravaggesche, sbucano dal buio della scena. In questo caso Caravaggio si autoritrae e dell’artista è solo individuabile il viso corrucciato in fondo a questa folla. Infine dall’alto sporgendosi dalla nuvola un angelo offre la palma del martirio al Santo.

Nella tela di fondo si conserva l’opera più controvresa della cappella, il “San Matteo con l’Angelo” che il Caravaggio dovette realizzare nuovamente dopo un primo rifiuto dell’opera originaria, probabilmente perchè quest’ultima presentava dei tratti irrispettori e poco degni di essere esposti in pubblico.

San Matteo nella prima versione viene rappresentato come un popolano analfabeta che scrive il suo vangelo solo grazie alla guida della mano dell’angelo. L’opera dopo essere stata rifiutata venne acquistata dal marchese Giustiniani ed andò distrutta in Germania durante la seconda guerra mondiale.

Prima versione San Matteo e l'angelo

La seconda versione invece è impostata su un dialogo di sguardi tra il Santo e l’angelo che sembrano quasi sbucare sulla scena. Anche qui l’attenzione per il dato reale, che il Caravaggio acquisisce nella sua formazione lombarda viene esaltato, basti notare l’inconsueta postura del Santo.

La cappella Contarelli è un luogo incredibile, in pochi metri si racchiude un’esplosione della lettura del vero e del reale del Caravaggio. Senza cadere nel feticismo Caravaggesco che in età moderna colpisce molto spesso (pensate che ironia visto che dopo venti anni dalla morte del Merisi quet’ultimo viene dimenticato fino alla riscoperta del Longhi nel 900) vi consiglio di aprire bene gli occhi anche nel resto della chiesa di San Luigi.

Pillole di storia

“Piccoli libri di metallo” della storia del regno dello Stretto

Spesso ipotizziamo che i concetti di Città Metropolitana e di conurbazione dello Stretto siano temi recentissimi nella storia del mare di Scilla e Cariddi, ma non è proprio così.

Questa storia è molto radicata nel nostro passato ed ha inizio all’alba del V sec a.C. Queste pagine sono scritte da Anassila, decisamente una delle figure storiche più eminenti per Reggio Calabria, sotto certi aspetti forse la più importante (che stranezza che in città neanche una via lo ricordi).

Anassila capì che per far grande la polis reggina era fondamentale controllare i traffici che passavano dallo Stretto e consolidare quella vocazione mediterranea che la città in epoca recente ha dimenticato, speriamo ancora per poco.

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L’area di influenza voluta da Anassila divenne una sorta di “Regno dello Stretto” la cui storia ci viene anche testimoniata da una fonte diretta di quel periodo e cioè i ritrovamenti monetali. Ma andiamo con ordine.

Quest’area, voluta dal tiranno reggino, si estendeva dal Metauros, l’odierno Petrace, fino all’approdo strategico di quello che noi conosciamo come Capo Spartivento sulla costa calabra. Inoltre rientrava sotto il controllo reggino una grossa porzione dell’attuale provincia della dirimpettaia Messina. Questo ampio territorio permetteva a Rhegion di dominare i traffici delle principali rotte commerciali.

(Vi suggerisco di approfondire il tema sul pregevole testo “La Reggio di Anassila” di Natale Zappalà, che nel suo scritto mette in fila tutta una serie di eventi che coinvolgono Reggio in un periodo storico spesso sconosciuto ai più)

Sicuramente uno dei tratti che caratterizzò il cosiddetto “Regno dello Stretto” fu la monetazione di quel periodo. Furono pensate delle emissioni uniche sulle due sponde, che crearono un unico mercato. Si rende così assolutamente evidente come la vita in questo tratto di mare abbia una radice che spesso si è intrecciata.

Zancle, l’odierna Messina, inizia a battere moneta, prima di Reggio, intorno al 530 a.C

Messina fase incusa
Incuso Zancle

In queste prime monete compare al diritto una falce che simboleggia il porto (asset fondamentale per l’economia della città), un delfino e la legenda DanKle; al rovescio troviamo al centro una conchiglia tra forme geometriche incuse (cioè forme impresse in incavo sulla moneta).

Nel 510 a.C. anche Reggio inizia a battere moneta con un incuso raffigurante un toro a volto umano (che rappresenta un fiume) e una crisalide di cicala (nello stesso periodo anche Zancle emise una moneta con al diritto il tipo classico della falce e del delfino ed al rovescio le stesse immagini incuse)

Toro androprosopo Reggio
Incuso reggino

Si è molto discusso su questa raffigurazione, c’è chi sostiene che il fiume rappresentato sotto forma di toro a volto umano (androprosopo) rappresenti l’Apsias (l’odierno Calopinace, fondamentale nel mito fondativo della città) e chi sostiene invece che sia l’Alex, il fiume che segnava il confine tra le polis di Rhegion e Locri (per l’elemento aggiuntivo della crisalide di cicala collegata al mito di Eracle che sopitosi sulla sponda reggina dell’Alex chiese a Zeus di non far frinire più le cicale).

Messina successivamente venne conquistata dai Sami, inviati da Anassila, che emisero una breve monetazione (al diritto testa di leone ed al rovescio prora di nave e rostro samese).

Messina Samia
Monetazione Samia

Con l’avvento di Anassila nel 494 a. C., come detto, la monetazione cambiò sia nella sponda calabra che in quella sicula dello Stretto.

In un primo momento vennero emesse monete con al diritto la testa di leone ed al rovescio la testa di vitello (da Vitalia, Italia, la denominazione dell’area) con la legenda ad indicare se le monete fossero reggine o messinesi.

Anassila prima fase Reggio
Anassila prima fase Reggio

Anassila prima fase Messina

Nella seconda fase del regno di Anassila cambiano i tipi: al diritto biga di mule (Anassila vinse alle olimpiadi in quella specialità) ed al rovescio una lepre (pare che il tiranno introdusse quell’animale in Sicilia, alcuni studiosi ritengono però che le fonti indicanti l’introduzione delle lepri in Sicilia si riferiscano proprio alla moneta e non all’animale). Della monetazione resta l’indicazione dell’etnico e l’adozione della moneta resta costante su entrambe le sponde dello Stretto.

Anassila seconda fase Reggio
Seconda fase Anassila Reggio

Anassila seconda fase Messina
Anassila seconda fase Messina

Emissioni uniche anche in monete di minor valore con l’indicazione della provenienza al rovescio

 

Con la caduta della dinastia di Anassila, paradossalmente, Messina continua a battere i medesimi tipi monetali, mentre Reggio cambia radicalmente.

In un primo momento la polis di Rhegion batte una moneta con testa leonina al diritto ed al rovescio il mitico fondatore Iocastos.

Reggio prima fase post Anassila
Reggio prima fase post Anassila

In un secondo momento invece al rovescio comparirà il Dio Apollo.

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Reggio seconda fase post Anassila

Questa in breve la storia della monetazione del “Regno dello Stretto”, un argomento così delicato e complesso potrebbe essere trattato con maggiore profondità, ma anche così ci si accorge come già nel 494 a.C. si capì che la fortuna di quest’area geografica non può che essere quella di un’integrazione reale tra le due sponde dello Stretto.

Queste monete ce lo certificano, ribadendo ancora una volta che la numismatica ci racconta di libri di metallo ricchi di capitoli di storia.

 

 

 

Pillole di storia

Giulia e Reggio

Una delle figure storiche più importanti e meno conosciute della città di Reggio è senz’altro Giulia, figlia dell’imperatore Augusto e morta proprio nella città sulla sponda calabra dello Stretto.

Oggi a Reggio, solo una via, anche se in pieno centro, ricorda questa figura molto controversa… per alcuni una libertina, per altri una “femminista”.

Andiamo con ordine…

Giulia nasce nel giorno in cui il padre Ottaviano (futuro Augusto), si separa dalla madre Scribonia, successivamente sposerà Livia Drusilla.

Augusto di Prima Porta

La giovane ebbe un’educazione molto rigida ed il padre la utilizzò come pedina per le sue strategie politiche.

A soli 14 anni sposò il cugino Marcello che Augusto voleva suo successore ma che morì nel giro di qualche anno.

Giulia, a 18 anni, andò in sposa ad Agrippa, il fidato amico del padre, molto più anziano di lui. Da questo periodo in poi, a Giulia, vengono attribuite alcune relazioni extraconiugali, una delle quali proprio con quel Tiberio, futuro imperatore, che diverrà il suo terzo marito. Prima di morire Agrippa ebbe 4 figli da Giulia più uno postumo, due dei quali, Gaio e Lucio, vennero scelti dall’imperatore, come suoi successori.

 

 

 

Giulia, prima del termine del periodo di lutto, si fidanzò e poi sposo il fratellastro Tiberio (fratellastro perché Augusto adottò Tiberio per inserirlo nella linea dinastica nella successione).

Tiberio era coniugato con Agrippina, figlia di Agrippa (secondo marito di Giulia), condividendo una felice vita coniugale.

Lo stesso non si può dire per il matrimonio tra Tiberio e Giulia, i due ebbero anche un figlio che morì in giovane età, ma Tiberio non accettava il carattere forte della moglie e Giulia non riteneva Tiberio alla sua altezza.

Nel 2 a.C. Giulia venne arrestata per adulterio e tradimento, ed il suo matrimonio venne dichiarato nullo. Le accuse consistevano nell’aver tramato per la morte del padre e di relazioni extraconiugali con Iullo, forse l’unica relazione autentica.

I congiurati si tolsero tutti la vita e Giulia venne mandata in esilio con condizioni durissime prima a Ventotene e poi a Reggio.

A Reggio, venne rinchiusa e trovò la morte in una torre fatta costruire dal padre nei pressi dell’attuale Villa Zerbi. Tale torre, rimase in piedi fino al 1783 e successivamente venne demolita e se ne individuarono le tracce delle fondamenta nel 1910-11.

Del passaggio di Giulia e di personaggi a lei legati rimane traccia anche al MArRC in una epigrafe funeraria di un liberto appartenente alla famiglia imperiale conservata nel livello D dell’ esposizione permanente.

Epigrafe MArRC

Fortunato Nocera così narra di Giulia nel suo libro “Giulia e la Luna”

“Io nacqui per essere bella e potente, felice, riverita ed adulata. Nelle mie vene scorre il sangue di Ottaviano Augusto, princeps della repubblica più potente della terra, che è quella della gens Julia, la più nobile di tutte, perché discendente da Enea, l’eroe troiano, ma sfortunatamente nacqui femmina: e questa fu la mia rovina.

Via Giulia al Tramonto

 

Viaggio in Calabria

Il museo etnografico “Anzel Merianù” di Gallicianò

Sono tanti i luoghi che meritano di essere visitati a Gallicianò oltre alle bellezze naturalistiche ed i tanti sentieri, il borgo contiene alcune unicità straordinarie come la Chiesa di San Giovanni Battista, la Sorgente dell’Amore, l’Anfiteatro “Patriarca Bartolomeo” o la chiesa ortodossa Madonna di Grecia.

Oggi però ci soffermiamo sul museo etnografico Anzel Merianù (studiosa greca di etnografia, autrice di diversi saggi) che offre uno spaccato chiarissimo della vita delle nostre aree interne.

Il museo nasce dall’iniziativa del signor Raffaele Rodà, oggi vera anima del museo, e di altri volenterosi che hanno dato vita ad una delle collezioni più interessanti della provincia reggina e non solo.

La struttura oggi adibita a museo, fu in passato sede della scuola elementare, suddivisa in due ambienti che permettono al visitatore un salto nel passato di questa terra.

Nella sala “A” vengono conservati gli utensili e gli oggetti tipici della vita di campagna, curioso trovare la famosa “libretta” (registro di credito) con ancora annotati i conti dei vari clienti, come è facile perdersi nel fascino dei disegni delle bellissime coperte di ginestra.

La sala “B” riproduce invece l’ambiente domestico con tutti gli oggetti di vita comune, ma l’attenzione non può che ricadere sulla riproposizione dell’antico “cannucciato” posto a protezione del letto.

Ma con lo scritto risulta difficile trasmettere il fascino di questa collezione, la curiosità può essere solo saziata con una visita a questo piccolo gioiellino.

 

 

Viaggio in Calabria

Un viaggio a Ferruzzano e “Se fate l’asilo alla frazione vi capiterà male…”

Passeggiare per le viuzze silenti di Ferruzzano è quasi un’esperienza mistica, i battenti delle finestre spostati dal vento interrompono silenzi con sottofondo di lavoro dei campi.

Poche anime in quelle case che ancora raccontano di un tempo differente, lento, scandito da altri riti quotidiani.

Queste stesse sensazioni diventato quasi aplificate nella frazione di Saccuti dove lo scenario diventa surreale, perchè la senzazione è quella che gli abitanti siano appena andati via chissà per quale motivo, lasciando tutto li ad attendere un futuro improbabile ritorno.

Oggi, solo il piccolo Paolo ed il fratellino permettono di ascoltare voci di bambino in quest’angolo interno della nostra provincia, mentre nella metà degli anni venti del ‘900 Zanotti Bianco si prodigava per la costruzione dell’asilo.

Zanotti Bianco, scrittore, archeologo e sagista fu uomo illuminato che tanto diede alla fascia ionica aspomontana, creò tantissimi asili, scuole, ambulatori e riconobbe la necessità di fondare riviste e pubblicazioni che permettessero lo studio e la diffusione del patrimonio culturale Calabrese.

E’ lo stesso Zanotti Bianco che ci descrive nel suo “TRA LA PERDUTA GENTE” i momenti che portarono alla costruzione di ben due asili tra Ferruzzano e la frazione di Saccuti.

Il racconto è “Pazza per amore” dove l’autore intreccia il suo viaggio tra Brancaleone, Bruzzano, Ferruzzano e Saccuti con le vicende di una povera donna folle per un amore finito e la sua tragica fine.

In questo racconto Zanotti Bianco ricorda: “E mi inerpicai per la strada sassosa che conduce a Saccuti. Dopo il terremoto del 1907 una commissione geologica aveva dichiarato inabitabile Ferruzzano e il Genio Civile aveva costruito le nuove case baraccate nella frazione di Saccuti. Ma più che la forza dell’abitudine, la maggior vicinanza ai pascoli del monte Trizzo, alle terre sul versante del La Verde, aveva ricondotto coloro che s’erano salvati da quel disastro a sistemarsi tra le rovine, riattando alla meglio, con legname, i vani lesionati. Sicché quando ci decidemmo ad aprire una Casa dei bambini a Saccuti, quei di Ferruzzano accorsero impermaliti: Siamo noi la maggioranza del comune: se fate l’asilo alla frazione vi capiterà male.

E così aprimmo due asili, uno in alto al centro, l’altro alla frazione”.

Oggi quelle due strutture sono ancora in piedi e ci tramandono gli echi di questa storia di una provincia povera, di un mondo fiero e contadino, disperato e innamorato come quella umile donna del racconto “Pazza per amore”.

viaggio in Italia

Gregorio e Mattia Preti, due calabresi nella Roma del ‘600

Fa sempre piacere trovare dei corregionali quando si è in viaggio e questa volta ho incrociato sul mio cammino due illustri calabresi che nel seicento riuscirono a far fortune (seppur con modalità diverse) a Roma.

L’Urbe in quel periodo è ancora sconvolta dall’incredibile espressione realistica delle opere del Caravaggio, anche se non dobbiamo cadere nell’errore di ritenere questa l’unica risposta alla “maniera moderna” (lo stile degli artisiti del fine ‘500) presente in città in questa prima parte del secolo. Pensiamo ad esempio alle fortune di Annibale Carracci e della sua bottega. Con ques’ultimo nella cappella Cerasi della chiesa di Santa Maria del Popolo il confronto con il Caravaggio si fa stridente.

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Nella parete di fondo l’Assunta del Carracci e nelle pareti laterali la Conversione di San Paolo e la Crocifissione di San Pietro del Caravaggio

Ma veniamo ai nostri due fratelli calabresi, Gregorio (1603-1672) e Mattia Preti (1613-1699) che sono protagonosti di una mostra presso il prestigioso Palazzo Barberini con una collezione di opere, molte delle quali dipinte a quattro mani, che rimarrà fruibile fino al 16 giugno 2019.

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La mostra dal titolo “Il trionfo dei sensi, nuova luce su Mattia e Gregorio Preti” permette al visitatore di comprendere le vicende di questi due fratelli giunti nella Città Eterna dalla natia Taverna intorno alla metà degli anni 20 del ‘600.

A dare il la alla mostra è proprio l’opera “Allegoria dei cinque sensi” recentemente restaurata, dove i due fratelli ambientano in un’ osteria delle allegorie dei sensi. Si va dai musici per l’udito, al fumatore di pipa per l’olfatto per procedere poi all’oste per il gusto ed alla scenetta della “buona ventura” (la lettura della mano) per il tatto.

Infine l’autoritratto di Gregorio (quel volto in basso che guarda lo spettatore) celebra la vista.

Allegoria dei sensi

Nella stessa sala può essere peraltro apprezzata un’opera mai esposta al pubblico “Cristo e la Cananea” oltre al “Pilato si lava le mani” nel quale la scena viene ripartita tra la raffigurazione di Pilato ed il Cristo verso il Calvario.

Gregorio, fratello maggiore, fu per Mattia una sorta di tutore e abile individuatore di committenze, ma tra i due fu Mattia il più talentuoso e ben presto divenne destinatario anche di importanti commissioni pubbliche.

Nel 1642 Mattia venne nominato dal pontefice Urbano VIII (Maffeo Barberini cioè colui che dispose l’edificazione del palazzo che oggi ospita la mostra) cavaliere di Malta e da qui il nome con il quale anche oggi viene identificato “Il cavalier Calabrese”.

Infine i due fratelli si separarono, ed è molto curioso osservare le opere che i due realizzarono in modo indipendente nelle quali traspare ancora oggi la diversità di questi due artisti.

I due poi torneranno a lavorare insieme per l’ultima volta per la realizzazione i dipinti della controfacciata di San Carlo ai Catinari.

Per me è stata una doppia emozione attraversare questi saloni incredibili, risalire lo scalone quadrato del Bernini e potere apprezzare le tantissime opere custodite a Palazzo Barberini. E’ stata un’ emozione ancor più particolare poi leggere quelle opere dipinte, spesso a quatto mani, da due fratelli gunti dalla Calabria nel cuore di Roma per conquistarsi un posto nel panorama artistico del tempo.

Palazzo Barberini

 

 

Viaggio in Calabria

Placanica, un gioiello nascosto

Panotrama Placanica

Placanica ha tutte le caratteristiche per affascinare i viandanti che si accostano al centro, una posizione invidiabile incastonata com’è tra valli che degradano talvolta dolcemente altre volte a picco, un patrimonio monumentale invidiabile con il castello che troneggia sull’intero borgo ed infine un passato tutto da raccontare che vide a Placanica personaggi illustri come Campanella che proprio nel convento domenicano di Placanica prese i voti.

Così ad esempio il 18 agosto del 1847 Edward Lear descriveva il borgo nel suo “Diario di un viaggio a piedi”: “Lasciamo la città alla nostra sinistra (si riferisce a Stignano), ci siamo precipitati in una profonda vallata fra pendii coperti di oliveti, e, arrampicandoci sopra il lato opposto, siamo subito arrivati a Motta Placanica, una delle vere caratteristiche città calabresi. Come le altre in queste strane colonie, questo posto non ha profondità, ma è come se fosse solo una superficie, essendo le case costruite un sopra l’altra sugli orli ed in crepacci, sulla facciata di una grande roccia sollevata in una cima, e il suo più alto pinnacolo adornato da un moderno palazzo. Non si può immaginare lo strano effetto che fanno queste città, persino per quelli abituati alle irregolarità delle architetture del sud Italia; Motta Placanica sembra costruita per essere una meraviglia per il passante”.

Il borgo mantiene intatta questa capacità di stupire i visitatori che si avvicinano a questo piccolo gioiello purtroppo poco conosciuto ma dalle potenzialità turistiche infinite. Placanica offre un percorso ad anello che parte poco più su della piazza del Municipio dedicata all’eroe di guerra Tito Minniti (si, proprio l’aviatore al quale è intitolato l’aeroporto reggino che ebbe natali a Placanica per poi morire in Africa catturato dopo l’abbattimento del suo veivolo impegnato in ricognizione) nei pressi dell’arco in muratura che sostituì il ponte levatoio che permetteva l’ingresso nella cittadella fortificata e prosegue poi nel convento domenicano, per le vie recentemente abellite con splendidi murales, alla torre urbica per poi giungere al castello ed alla chiesa di San Basilio Magno che rappresenta una perla che da sola vale la visita del borgo.

Il percorso poi si conclude con la discesa verso i resti del convento francescano e la torre difensiva e campanaria con i resti della cinta muraria. Placanica ha il fascino antico di un borgo che trae la sua origine in secoli remotissimi probabilmente nel X d.C. ed il cuore medievale del borgo è ancora forte e palpitante e permetterebbe, con un connubio legato al turismo religioso prevalentemente orientato al santuario della Madonna dello Scoglio, margini di crescita economica considerevoli. Le difficoltà chiaramente non mancano ma potremmo prendere come esempio la famiglia dei Clemente che resero Placanica un borgo ricco d’arte e seppero essere magnanimi con la popolazione. Oggi, non c’è da aspettare la benevolenza di un “nobile” ma invocare a gran voce le forze giovani e positive di quel territorio che come dimostra l’ass. Innovus sono già in cammino.

La via dei borghi a Placanica

viaggio in Italia

Che meraviglia la Chiesa del Gesù a Roma

Passeggiando nel centro di Roma spesso in modo distratto o rapiti dalle monumentali evidenze archeologiche di epoca imperiale si rischia di tralasciare una seconda anima della città eterna, quella seicentesca racchiusa spesso in scrigni a pochi passi dalla Via dei Fori Imperiali.btf

E’ il caso ad esempio della Chiesa del Gesù (Chiesa del Santissimo Nome di Gesù all’Argentina, questo il nome completo), la chiesa madre dell’ Ordine dei Gesuiti che vedono la loro fonazione nel 1534.

Il progetto per la realizzazione della chiesa va quasi di pari passo con la vita dell’ordine che in un primo momento si caratterizza per un fervente zelo missionario in contrasto con la dottrina protestante. Un tratto che lasciò poi spazio nel ‘600 a nuove metodologie di comunicazione con i fedeli.

Ma facciamo partire la nostra storia dall’inizio. L’originario progetto della chiesa si deve al fondatore dell’ordine Sant’Ignazio (il cui monumento sepolcrale si trova presso la chiesa) che commissionò un primo progetto nel 1551 a Nanni di Baccio Biggio che successivamente venne rielaborato da Michelangelo nel 1554.

La definitiva stesura del progetto però la si deve a  Jacopo Barozzi detto “Il Vignola” ed è datata 1561 anche se la facciata non convinse la committenza tanto che venne incaricato Giacomo della Porta per la realizzazione di una soluzione diversa ed alternativa.

La facciata del Vignola

I lavori proseguirono dal 1568 al 1575 e regalarono all’umanità un luogo di culto che divenne successivamente uno scrigno d’arte dalla bellezza sconvolgente.

Come già anticipato l’ordine comprese le potenzialità comunicative e coinvolgenti del clima culturale del ‘600 ed affidò ad un artista della cerchia del Bernini, Giovanni Battista Gaulli detto il Baciccia (o Baciccio), gli affreschi della volta, della cupola e del catino dell’abside.

 

Il risultato dei lavori che si protrassero tra il 1672 ed il 1683 fu sconvolgente. Il concetto di fusione delle arti berniniano viene esaltatato nella volta dove le figure sembrano sfondare il tetto per accedere definitivamente verso il cielo in una sublime rappresentazione dell’ “Esaltazione del nome di Gesù” che rapisce lo sguardo del visitatore come centro focale di irradiazione di luce.

Coinvolgimento emozionale e stupore, un vero estratto di essenza barocca.

Un percorso che porta ad esponenziali consequenze quello che un abilissimo maestro come il Mantegna iniziò poco più di un secolo prima a Mantova nell’ Oculo prospettico della c.d. Camera degli Sposi.

Oculo prospettico del Mantegna (ph Wikipedia)

Ma questo può essere solo un piccolo biglietto da visita per questo colosso della storia dell’arte. il vero fascino lo potrete godere solo attraversando a testa in su quella navata dirigendovi verso il catino ambsidale dove poco prima, i vostri occhi, verranno rapiti verso l’alto dal meraviglioso affresco della cupola.

 

Infine qualche consiglio pratico. Se i vosti occhi vogliono continuare ad esaltarsi vi proporrei un’altra chiesa gesuita, quella dedicata a Sant’Ignazio dove le meraviglie prospettiche e le fughe verso il cielo sapranno sconvolgervi nuovamente.

Qui il link della Chiesa del Gesù, dove consultare tutte le info inerenti la visita e le attività religiose che in questo luogo unico si svolgono: https://www.chiesadelgesu.org/